culture

Una Fondazione per Giancarlo Ligabue

Sono gli anni ’70. Giancarlo Ligabue, veneziano, una prestigiosa impresa di forniture e servizi navali, una laurea in Economia e un dottorato in Paleontologia alla Sorbona di Parigi, partecipa ad una spedizione in Niger. La guida Philippe Taquet, famoso paleontologo francese. Da tre anni cercano tracce di dinosauri sepolti nel cuore sabbioso dell’Africa e ne trovano uno intero: è l’Oranosaurus nigeriensis, oggi in mostra in tutta la sua grandezza al Museo di Storia Naturale di Venezia.
Da allora sono passati quarant’anni e oltre 130 spedizioni in ogni continente. Ad accompagnarle, divulgarne i risultati, creare dibattito nella comunità scientifica è da sempre l’attivissimo «Centro Studi e Ricerche», con i suoi seminari e le sue pubblicazioni. A un anno esatto dalla scomparsa del suo fondatore, quel Centro ora diventa Fondazione Giancarlo Ligabue.
Il testimone lo prende il figlio, Inti, «per ragioni di affetto – dice, col suo modo schivo – ma anche per la forte responsabilità che sento nei confronti di quel patrimonio di opere, documentazioni e valori che mio padre ha lasciato».
Non che si sia fermato il lavoro in quest’ultimo anno. Solo per fare un esempio, fino al 6 marzo è visitabile a Firenze, Al Museo Archeologico Nazionale la grande esposizione sull’arte pre-colombiana «Il Mondo che non c’era».
Dunque, cos’ha in programma la nuova Fondazione, presentata ieri a Palazzo Erizzo? La prima iniziativa sarà l’allestimento di una mostra sui sistemi arcaici di comunicazione scritta, dunque tavolette, sigilli, argille. Un mondo di segni «Prima della scrittura» che uscirà dal patrimonio Ligabue e sarà in mostra in una città veneta entro l’anno.
E poi c’è da dare continuità a tutto il lavoro ereditato dal Centro Studi. Così proseguirà la partnership con l’Università Ca’ Foscari con borse di studio, progetti mirati a spedizioni e scavi, conferenze. Promuoverà specifici percorsi di ricerca, si farà editore (compresa la rivista semestrale che esce ormai da 35 anni), attiverà interventi di conservazione del proprio enorme patrimonio di oggetti, reperti, documenti, foto e filmati. Per far questo si avvarrà di un comitato scientifico che vede nomi illustri da sempre a fianco di Giancarlo Ligabue: da quel paleontologo con cui è cominciato tutto, Philippe Taquet (ora direttore del Museo di Storia Naturale di Francia), Donald Johanson, scopritore dell’ominide Lucy, Federico Kauffmann Doig, direttore dell’Istituto di archeologia amazzonica a Lima. E poi dal Kazakhstan, Arman Beisenov e da Cambridge Carl Lamberg-Karlovsky. E così via, con gli italiani Massimo Cacciari, Davide Domenici, Giandomenico Romanelli, solo per citarne alcuni.
Particolare l’attenzione a Venezia: «E’ con tutta la città e le sue istituzioni culturali che la Fondazione vuole collaborare», sottolinea Inti Ligabue, che ricorda come il padre amasse così tanto il Museo di Storia Naturale da andarci «per osservare i bambini affascinati dal dinosauro e dai reperti: qui sono molte le generazioni che hanno sognato di fronte a tutto questo».
La Fondazione sarà «un’arca di conoscenza», come la definisce Alberto Angela, che da sempre collabora assieme al padre con le imprese dei Ligabue. Perché, ricorda Adriano Favaro, che dirige il Ligabue Magazine, «Giancarlo Ligabue aveva la necessità, l’impellenza di condividere. Divulgando e fondendo insieme un entusiasmante spirito di avventura e il rigore scientifico». Non a caso «Ligabue diceva che la sua passione era nata dai romanzi di Emilio Salgari, veronese, che raccontò il mondo senza averlo mai visto a intere generazioni».
Giancarlo Ligabue era fatto così. Lo descrive bene Donald Johanson, raggiunto al telefono dall’impresario-paleontologo 30 anni fa, mentre parlava in Rai della sua Lucy. Ligabue ne era rimasto così folgorato da invitarlo a Venezia: «Sono arrivato con la mia Lucy in valigia e lui l’ha baciata come si adora una reliquia. Ho capito che la sua vera ospite era lei», sorride. Ne è nata un’amicizia intensa e un lungo lavoro comune.
E’ l’occasione, dice Inti Ligabue, per «ricordare e condividere una storia che vogliamo continui e si rafforzi in un’altra storia». Ovvero: la Fondazione. Per questo, il logo scelto è un sigillo risalente a 3 mila anni prima di Cristo, ritrovato nel nord dell’Afghanistan, che rappresenta stilizzata una figura umana con le ali, quasi seduta sopra un animale mitologico e rinchiusa in un quadrato pieno di un rosso mattone: «simboleggia i campi di interesse, l’archeologia, la paleontologia e l’antropologia, unite alla missione della conservazione», spiega Inti. Il motto? «Conoscere e far conoscere».

Corriere del Veneto

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