La terza vita de La Fenice

Oggi il Teatro La Fenice apre le porte a tutti, mettendosi in mostra, sala dopo sala, stucchi, ori, velluti, palco e gallerie. Alle 19 andrà in scena La Traviata di Verdi, nella proposta del regista canadese Robert Carsen, la stessa che inaugurò nel novembre 2004 la prima stagione lirica della Fenice ricostruita. Prima (alle 17), Sovrintendente e Direttore artistico, Fortunato Ortombina, racconteranno, quasi un esorcismo, «vampe e ardori nel dramma in musica, messi in scena in questi vent’anni». Tanti ne sono passati da quella notte del 29 gennaio 1996, quando le fiamme si sono divorate il Teatro.
La Fenice è stata ricostruita “dov’era e com’era”, ma a vent’anni di distanza è irriconoscibile. Oggi è una delle più prestigiose imprese culturali della città e tra le più virtuose nel mondo teatrale italiano.
Un teatro che si muove come un’azienda, capace di operazioni impensabili un tempo, come accordarsi con la McArthurGlen, proprietario dell’Outlet di Noventa di Piave, portando una mostra di costumi di scena (visitabile fino al 26 febbraio), un concerto estivo e dei laboratori musicali per bambini.
Il Teatro ha rispettato il suo nome. Rinata dalle ceneri, 12 anni fa: «Eravamo così emozionati, in tanti abbiamo pianto. Tornavamo a casa», dice Cristiano Chiarot, il Sovrintendente.
Proviamo a tornare a quella notte. Cosa ricorda a tanti anni di distanza?
«Ero a Varsavia, allora ero capo-ufficio stampa. Stavamo organizzando una tournée. Di lì a qualche giorno sarebbero arrivati anche gli orchestrali. Ad un certo punto il maestro del coro è arrivato sconvolto: “La Fenice brucia”. La notizia stava facendo il giro del mondo. Abbiamo preso il primo volo e l’indomani eravamo davanti alle macerie. Il primo ricordo che ho è l’odore terribile che aveva impregnato l’aria».
Era già successo nel 1836, allora forse dovuto al malfunzionamento di una stufa. Pensavate a un altro incidente?
«No, da subito abbiamo pensato al dolo. Nessuno di noi poteva credere che un incendio di quelle dimensioni potesse nascere da un incidente. Ora che la vicenda giudiziaria è chiusa e i responsabili condannati [i due elettricisti in ritardo coi lavori di manutenzione temevano di pagare la penale, n.dr.], pensare che l’abbiano fatto per quattro soldi riempie ancor di più di amarezza».
La solidarietà fu immediata e da tutto il mondo.
«Certo, da subito è partita una colossale campagna. Grandi sponsor, come Telecom o Generali, e tantissime donazioni arrivarono a Venezia. La nostra priorità era dar seguito alla programmazione, continuare la vita artistica. Sapevo che a Torino durante i restauri del Regio avevano installato una tensostruttura provvisoria. Recuperai il progetto, ne parlai in Comune e in Regione e così nacque il Palafenice al Tronchetto».
Cosa è andato perduto irrimediabilmente?
«Archivi e magazzini erano fuori. Abbiamo perso una serie di bozzetti dello spettacolo in corso, che abbiamo poi ricostruito. E il sipario storico di Antonio Ermolao Paoletti, commissionatogli nel 1878. Invece, il sistema di biglietteria pilota messo a punto dall’IBM funzionava ancora, nonostante tutto: siamo riusciti a recuperare abbonati, biglietti e tutti i dati archiviati. E così siamo ripartiti»
Nel frattempo partiva il progetto di ricostruzione “dov’era e com’era”. Ha mai pensato che si sarebbe potuto costruire qualcosa di contemporaneo?
«E’ stata una scelta della città cui il teatro appartiene. Peraltro, l’allora sindaco Massimo Cacciari e il suo successore Paolo Costa hanno fatto procedere i lavori con grande intelligenza e audacia. Credo che alla fine sia stata una scelta vincente: l’anno scorso, a 12 anni dalla ricostruzione, abbiamo incassato più di un milione di euro solo dalle visite al teatro. Vengono da tutto il mondo a vedere la meraviglia della Fenice».
Il paradosso è che il Teatro è rinato “dov’era e com’era” ma ha cambiato completamente pelle.
«La Fenice è sempre cambiata nel tempo, in ogni epoca hanno apportato migliorie. Innanzitutto dal punto di vista funzionale: nella ricostruzione abbiamo ricavato spazi, ricostruito un palco straordinario con tre ponti mobili che ci permettono di mettere in scena tre opere diverse. Penso al ponte fossa dell’orchestra, che può andare all’altezza del palco o abbassarsi per i musicisti. E poi un sistema di sicurezza all’avanguardia. Rispetto alla natura di “teatro” sì, abbiamo cambiato pelle, per essere all’altezza delle sfide. Riusciamo a conquistare pubblici nuovi, penso ai giovani universitari. E trovare finanziamenti: oggi possiamo pagarci una parte del personale con la sola biglietteria. Siamo il quarto teatro in Italia per ricavi e con meno posti degli altri tre».
A questo punto come si immagina la Fenice fra vent’anni?
«Tutto cambia ad una velocità che impressiona. Quindi dal punto di vista tecnologico sarà un’altra Fenice ancora. Ma allo stesso tempo sarà sempre la stessa perché il suo cuore è l’Opera. E l’Opera parla di amore, odio, sesso, vita e morte, felicità e tristezza. L’Opera è sempre universale e contemporanea».

Corriere del Veneto

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