Il regalo del gringo e l’altra faccia dell’America

Stringendo le mani lunghe e sottili di Kris McDivitt vedova Tompkins, la Presidente del Cile Michelle Bachelet ha ricevuto i giorni scorsi il più grande trasferimento mai avvenuto al mondo da un privato ad uno Stato. Stiamo parlando di oltre 410 mila ettari di terreno, comprato acro dopo acro nel corso di 25 anni. Perché vada in porto, la Presidente dovrà accettare una serie di condizioni, tra cui l’obbligo di preservarli come riserva naturale e poi metterla in rete con gli altri parchi nazionali, vale a dire creare uno dei più importanti polmoni verdi del mondo.
L’8 dicembre Doug Tompkins, 72 anni, era in kayak assieme a un gruppo di amici nel lago General Carrera, nella Patagonia dell’Aysén. Era un esperto al remo. Ma qui la natura è maestosa e crudele, si sa. E le correnti d’aria improvvise lo hanno capovolto. Dopo aver resistito in acqua due ore, l’ipotermia è stata fatale.
Alla sua morte, aveva sempre detto, nessun familiare avrebbe ereditato quella fortuna. Tutto sarebbe andato allo stato cileno.
Ecco perché Kris McDivitt, moglie e sodale per un quarto di secolo in quell’angolo alla fine del mondo, è volata a Santiago e ha percorso i corridoi del Palazzo de La Moneda. Dopo qualche giorno, si è diretta a Buenos Aires: al neo Presidente argentino Mauricio Macri, ha donato i 150 mila ettari sempre di loro proprietà dall’altro lato della cordigliera, perché diventi il Parque de Iberá. Ma è soprattutto in Cile che i Tompkins hanno sorpreso tutti. Quei gringos locos, come in molti li liquidavano con disprezzo. Di sicuro avevano una lunga lista di nemici. L’ultima battaglia l’avevano vinta contro un colosso, Hidroaysén, capofila la nostra Enel tramite la controllata Endesa. Si era mobilitato mezzo Cile nella campagna Patagonia Sin Represas e Tompkins in prima fila, riuscendo a far ritirare il progetto di un’enorme centrale idroelettrica nel cuore del paradiso australe. Ma chi era Doug Tompkins? Statunitense, aveva creato i global brand North Face ed Esprit, abbigliamento sportivo e casual. Eppure, quel mondo rutilante e onnivoro di consumo che è l’industria della moda ad un certo punto gli era stato stretto. Fino a provarne rifiuto. Iniziavano gli anni ’90. Appassionato di kayak e di montagne, l’imprenditore si era innamorato dei paesaggi aspri, verdissimi, glaciali, ricamati d’acqua e sbattuti dal vento della Patagonia cilena. Eucalipti e pecore, ricami di laghi e fiordi e vulcani. E una pioggia che scende come un mantra per buona parte dell’anno, così come il tremore della terra culla quasi ogni giorno uomini e case «e di notte si sentono scricchiolare le montagne perché continuano a stendersi», come dice Patricio Fernández, direttore di uno dei più bei giornali latinoamericani, The Clinic.
Là Doug Tompkins si era alla fine rifugiato. Incassata la vendita delle sue società, creata la Fondazione Deep Ecology, ha investito centinaia di milioni di dollari per comprare sempre più terra, recuperare boschi, ripristinare un habitat ferito, riparare e costruire edifici, mettere in moto attività eco-compatibili. Nel giro di due decadi il gringo è riuscito a creare un vero e proprio sistema di parchi, fino a ieri di sua proprietà, e una rete di fondazioni per la loro gestione.
Il Parque Pumalín, nella provincia di Palena, ne è il cuore. I primi 17 mila ettari Tompkins li aveva acquistati nel 1991 fino a farlo diventare il più imponente progetto di conservazione naturalistica da parte di un privato esteso su 290 mila ettari di terra, quasi tutto boschivo, abitato da distese di larici che dalla Cordigliera arrivano fino al mare. C’ha creato servizi di camping, info-point, riaperto sentieri, incoraggiato le visite.
Solo nel 2005, l’allora presidente Ricardo Lagos (forse quello che più ha creduto nel gringo ecologista) lo ha riconosciuto come Santuario de la Naturaleza e vincolandolo a norma di legge. Tompkins si era ripromesso di mantenere quei luoghi incontaminati dalle voraci industrie del legno, dei salmoni, dell’energia. Solo un pazzo gringo poteva pensare di farlo.
«Ma per tutti gli anni ’90, quelli grigi e duri della transizione democratica, era qualcosa di oscuro e inaccettabile- ci racconta Patricio Fernández – Allora si cercava di dimenticare il dolore della dittatura e l’assenza dei morti con un boom economico mai visto. Nessuno poteva immaginare che senza un fine occulto qualcuno potesse investire senza guadagnarci».
Per questo sono girate in Cile le storie più incredibili. I gringos si stanno facendo un paese nel paese, si diceva. María José López per la rivista Capital Chile ha di recente ricostruito la storia di tutti gli yanquis che hanno investito laggiù, come Warren Adams, diventato milionario vendendo ad Amazon un social network prima dell’avvento di twitter. Qui c’ha costruito una eco-impresa for-profit. O francesi, come la famiglia Halley, che in tasca ha le chiavi dell’impero Carrefour e in Patagonia a Futaleufú un hotel di lusso. In realtà 9 su 10, almeno negli ultimi 5 anni, sono ricchissimi cileni che comprano terre, anche solo per farsi un buen retiro, come ricostruisce López, dall’ex-presidente Sebastian Piñera alla potente famiglia Luksic. Eppure l’ombra dei gringos si è alimentata di una ridda di storie, comprese le voci sull’arrivo di Bill Gates o star di Hollywood come Leonardo Di Caprio o Cameron Diaz.
Per molti, invece, Tompkins faceva parte di una congiura ebraica, così citano Theodor Herzl il padre del sionismo o contano quanti ragazzi israeliani arrivano da turisti dopo gli orribili tre anni in divisa. «Una narrazione cospirativa», la chiama Karina Oliva. Trentenne, è la politica emergente nel paese e guida Poder, un movimento che si richiama alla spagnola Podemos. «Politici e impresari sono legati a doppio filo e spesso chi fa politica ha anche un’impresa. Avevano paura di uno come Tompkins, perché sfidava la loro mentalità fondata sul lucro. Pensare alla decrescita in un paese iperliberista è una sfida inaccettabile. Li spaventava da vivo e li spaventa da morto».
In questo Sud estremo gli abitanti sono ancora chiamati colonos, perché dalla fine dell’800 erano arrivati in tanti a colonizzare la regione, soprattutto tedeschi. Spazzati via i nativi, avevano impiantato fattorie. Poi sono arrivate le grandi imprese del legname, gli allevamenti di salmoni e quelle elettriche, qui dove ci sono enormi riserve d’acqua dolce. I colonos hanno sempre odiato i Tompkins e hanno cercato di fermarlo in tutti i modi. I loro portavoce erano soprattutto politici della Democrazia Cristiana. Il penultimo ministro degli interni della stessa Bachelet, Belisario Velasco, persino all’annuncio della donazione ha usato parole di fuoco: «Tompkins ha costretto illecitamente i colonos ad abbandonare la terra dove erano i morti i loro padri e nonni. E se l’è comprata a un prezzo vile».
«L’idea è sempre stata quella di poter sfruttare tutto in nome della crescita economica – dice Fernández – Quando alla fine degli anni ’90 Endesa costruì la diga Ralco sull’alto fiume Bio Bio, le acque inondarono le tombe dei nativi pehuenches e uscirono le ossa dei morti a fiotti. I nativi furono lasciati soli. Il progresso non poteva fermarsi».
Ecco perché Tompkins era così detestato. Quincey, la figlia maggiore che ha preferito vivere negli Usa, ricordava in questi giorni che accompagnando la bara verso il cimitero nel Parque Patagonia, erano ancora ben visibili gli stencyl sui pali della luce con scritto «Chile sin Tompkins».
«Mio nonno era un colono. E ricordo che anche lui lo ha sempre detestato», sorride Carolina Cruz Correa, che a Puerto Varas da due anni ha creato la Fondazione Carnaval del Sur, mescolando teatro e antropologia, recuperando miti e mettendo al lavoro tutta la comunità. «Ma quello che ha fatto Tompkins è semplicemente fantastico. L’opportunità che abbiamo oggi è una responsabilità enorme».

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