Signore & signori, questa è la Treviso 2.0

Said Chaibi è l’impensabile accaduto a Treviso. Meno di tre anni fa questo venticinquenne di origine marocchina è stato eletto in consiglio comunale quando la Lega è uscita sconfitta dalle urne. Per capire lo choc di allora, bisogna ricordarsi che per un ventennio è stato il feudo di Giancarlo Gentilini, l’anima folk-abbestia della Lega, quello che si appuntava la stella da sceriffo per difendere la «razza piave» contro «culattoni», nutrie o  «neri».
Said Chaibi gira dinoccolato per le viuzze pulite e perfette del centro storico, conosce alla perfezione dati e progetti, entra con la stessa disinvoltura in un circolo anziani o in un centro sociale. Nella capitale della nostra Alabama si è davvero rotto qualcosa.
Ora tutti si vantano del «rinascimento» di Treviso. Forse può suonare esagerato. Ma qui non si fa che parlare di innovazione, architettura partecipata, start-up, mostre e temporary shop. Se si chiede al sindaco, Giovanni Manildo, un avvocato cattolico e moderato, che città vorrebbe lasciare fra qualche anno, lui risponde: «Bella». Che poi bella lo è già, con la sua allure rinascimentale, gli affreschi che a ciuffi sbucano tra i palazzi, le nuove gallerie d’arte come l’attivissima TRA o l’SP3 dedicati al contemporaneo, il reticolo di cortili e piazzette, i nuovissimi edifici, i negozi eleganti e il rosario di locali sempre più stilosi. Allora il sindaco aggiunge: «La vorrei smart».
Pietro Germi ne aveva fatto un ritratto che è rimasto insuperato, con Signore e Signori. Era il 1965 e il boom stava svelando una città di provincia piuttosto bigotta e meschina. Era l’epopea democristiana. «Beh, la mentalità non cambia così d’improvviso – sorride Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton – Ma davvero si respira un’altra aria».
«Sì, resta una società conservatrice, ma c’è qualcosa che sta facendo la differenza», dice Giancarlo Corò, docente di economia dell’Università Ca’ Foscari che ha un campus in pieno centro. Cosa? «I ventenni. Forse più che altrove Treviso si è accorta di avere una generazione più cosmopolita, curiosa, colta, fuori dai cliché dei padri».
I ventenni, dunque. Di recente, proprio dal BootCamp di Ca’ Foscari sono usciti alcuni progetti che hanno già trovato partner e acquirenti interessati, dalla banca del tempo ad una app per la mobilità by-night, fino un sistema di co-housing per giovani professionisti. Se si va al FabLab, il centro per l’innovazione di Unindustria e Confartigianato, può capitare di vedere una platea di imprenditori e consulenti d’azienda a lezione da un ventitreenne che ha lanciato una start-up di successo. Impensabile nella capitale degli impresari di famiglia, fedeli al ruolo di padri-padroni. D’altra parte, a pochi chilometri da qui, a Roncade, c’è la Silicon Valley del Nordest, quel grande incubatore di start-up che è la H-Farm, da poco sbarcata in borsa e che un ruolo lo vuole giocare in città.
Molti servizi negli ultimi anni sono stati spostati in periferia, lasciando grandi contenitori vuoti. Ora alcuni stanno ritornando in centro: Benetton, che qui è ancora una potenza, sta ristrutturando l’intero ex-tribunale per trasferirvi tutta la testa del gruppo. Treviso si è dotata di un city manager per il centro storico, Aldo Pellegrino, che ha lanciato bandi per decine di nuove attività commerciali e sta cercando di convincere i proprietari dei tanti spazi sfitti a «metterli a valore con nuove attività di giovani e artisti».
Restaurati i musei che erano in pessime condizioni, aperto il nuovo Bailo dedicato al Novecento (firmato da Studiomas e e da Heinz Tesar), ora si aspetta l’arrivo di Marco Goldin, il curatore-star trevigiano pure lui, che qui mancava da quasi vent’anni. Guardato con sospetto da molti critici d’arte, adorato dai sindaci dove porta i suoi progetti chiavi-in-mano, il 29 ottobre aprirà ben quattro esposizioni, tre nel Museo di Santa Caterina (Storia dell’impressionismo, Tiziano Rubens Rembrandt e Da Guttuso a Vedova a Schifano) e una a Palazzo Giacomelli (sulla generazione di mezzo) che già si preannunciano con le code per strada.
Così si capisce il successo dei festival, da quello tradizionale di book comics a uno nuovo come il letterario Carta Carbone. Treviso ha scoperto di amare la cultura? «La città aveva degli anticorpi», si dice sicuro Tamaro, sapendo che la sua Fondazione è stato uno dei più attivi.
Le tante associazioni che si muovono in città hanno strappato due casematte abbandonate sotto un cavalcavia vicino alla stazione dei treni. Rimesse a nuovo, faranno rivivere un lembo considerato da tutti pericoloso. Said Chaibi ci mostra un altro edificio nello stesso quartiere. Sarà lui a coordinare un piano per i rifugiati da 1,35 milioni di euro finanziato dalla UE tramite il Ministero degli Interni: 50 posti letto, attività formative e professionali specializzate, un ufficio. «Un’integrazione mirata». Si cercheranno tra i rifugiati le persone più qualificate: «da qui può nascere una nuova classe dirigente». Dice così Said Chaibi. Parole inusuali in Italia, ma inaudite da queste parti.
E così stanno avendo successo anche le pratiche di architettura partecipata. Si è iniziato con piazza Santa Maria dei Battuti, ora mortificata in parcheggio. Il giovane trio (B+B, Aba e Peruzzo) l’ha ripensata nell’ottica che nel futuro prossimo sarà pedonale l’intero centro storico.
Nell’ex-caserma Piave si incontrano invece gruppi di architetti, urbanisti e attivisti ventenni e trentenni. Andrea Mariotto, ricercatore allo Iuav di Venezia, che ha guidato il lavoro in questo grande edificio abbandonato, parla «di un incubatore urbano di imprese sociali, nuove professioni, cooperative, associazioni». Sarà un eco-sistema con ben pochi precedenti nel Paese. Treviso potrebbe sorprendere.

Io Donna

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