Da mattatoio a smart city, la lunga marcia di Medellin

La vista sulla città è mozzafiato, quando si sale chiusi nell’abitacolo del Metrocable, le funicolari che collegano i quartieri incastonati nelle montagne di Medellin. Alla stazione c’è sempre un gran via vai. Chi abita nelle comunas scende in città da quell’alveare di case poverissime e oltre il dedalo delle sue stradine. A loro volta, dal centro città sempre più turisti salgono verso il cielo terso di Antioquia, magari per visitare gli edifici a forma di quarzo scuro della Biblioteca España nel Barrio Santo Domingo, un gioiello dell’architettura contemporanea firmato da Giancarlo Mazzanti.
Mai l’avrebbe immaginato Fernando Vallejo quando vent’anni fa scrisse La Vergine dei Sicari. Testardo e bastian contrario com’è, non lo ammetterebbe nemmeno ora. Nel 2013 il Wall Street Journal e lo Urban Land Institute hanno premiato Medellin come la città più innovatrice al mondo. Del 2015 è invece il MobiPrize per la mobilità sostenibile.
Ma quando Vallejo scrisse quel libro culto erano gli anni della macelleria nel regno di Pablo Escobar, uno degli eroi tristi e sanguinari di questo paese. «La città inferiore non sale mai nella città superiore, ma quella sì che scende a vagare, rubare, rapinare, uccidere – raccontava amaro – Voglio dire, scendono quelli che sono ancora vivi, perché la maggior parte, lì sopra, proprio lì così vicina alle nuvole in cielo, prima di riuscire a scendere nel mattatoio, muore ammazzata». Era la città più violenta al mondo, 437 omicidi ogni 100 mila abitanti. Solo nel 1991 sotto i colpi dei sicari adolescenti erano cadute 7.273 persone.
Escobar ha controllato per un decennio ogni cosa. Nel ’91, per evitare l’estradizione negli Usa, preferì gli arresti nella prigione lussuosa e dalle porte aperte che lui stesso si era costruito e che chiamava La Catedral. Nel ’93, su pressione della Dea, cadde in un’imboscata della polizia. E con lui tramontò un’epopea. Tutta la filiera di armi, denaro, cocaina e criminali si ridisegnò da cima a fondo. Non che sia scomparsa. Nel 2015 sotto il fuoco delle armi sono cadute 494 persone, il che significa 69 ogni 100 mila abitanti, ma pur sempre il tasso più basso registrato da quarant’anni a questa parte. «Ora assomiglia più alla vostra mafia – spiega Duvan Londoño, un antropologo impegnato nell’associazione Pasolini en Medellin, che nei barrios usa la narrativa visiva per cucire inclusione – Preferisce controllare il territorio e magari infilarsi nel business legale».
Quella che lui chiama «normalizzazione della violenza» è una questione aperta. Questa pax-sociale ha avuto un contraccolpo solo nel 2002 quando il governo di destra di Alvaro Uribe fece assaltare la Comuna 13, con la scusa di sgomberare le sacche di guerriglia urbana. Aiutato dalle bande paramilitari, ha messo a ferro a fuoco il quartiere, lasciando morti e desaparecidos a ciuffi.
Più che la forza e altro sangue, a trasformare Medellin è stato «il fermento sociale, il lavoro di ong e movimenti che occuparono lo spazio lasciato libero dalla violenza», ricorda Londoño assieme all’intelligenza di alcuni sindaci, in particolare Sergio Fajardo, un matematico (e politicamente fuori dagli schemi) che ha governato la città tra il 2004 e il 2007 e poi la regione dal 2012 al 2015. Un processo continuato dal suo successore Alonso Salazar. Una «smart city» a sinergia pubblico-privata, ecco la loro idea. Urbanismo sociale, bilancio partecipativo, mobilità sostenibile tra metro aereo e cable, scale mobili e biciclette, cultura come fonte di sviluppo e di inclusione. «Agopuntura urbana» la definisce Fajardo. E un obiettivo: «Portare bellezza nei quartieri più umili».
Ecco allora il Parque Explora, tra tecnologia, scienza e l’acquario più grande del Sudamerica. Le biblioteche nei quartieri più poveri e violenti proprio come nel caso del Barrio Santo Domingo. E poi la Ruta N, un polmone di innovazione d’impresa, grande 150 ettari, forti facilitazioni fiscali e investimenti pubblico-privati senza precedenti. Da mattatoio a Silicon Valley.

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