Perù, Keiko Fujishock

Non si possono gettare sui figli le colpe dei padri, si sente ripetere in Perù nelle ultime settimane. Neanche se il padre sta scontando 25 anni di carcere per orribili violazioni dei diritti umani e colossali frodi allo Stato. Il padre più famoso del Perù si chiama Alberto Fujimori. Il protagonista di un decennio buio, tra il 1990 e il 2000, dentro una lunga notte della repubblica cominciata in realtà già una decade prima. C’è chi potrebbe raccontare quella notte, ma non può più farlo. Sono i 14 mila peruviani scomparsi nel nulla. Desaparecidos nel terrore di Stato.
La figlia più famosa del Perù si chiama Keiko Fujimori. E’ la favorita alle elezioni del 10 aprile. Quarantenne, a 19 era già primera dama dopo la separazione avvelenata tra i genitori. Lei all’epoca presiedeva la Fondazione por los Niños, mentre il padre faceva sterilizzare forzatamente 314.065 donne, in nome della lotta alla povertà. I crimini di Stato, invece, erano compiuti in nome della lotta contro la guerriglia di Sendero Luminoso. Lo shock liberista contro la crisi economica. Lo scioglimento sprezzante del Congresso in nome del popolo.
«Fujimori nunca mas/con memoria y dignidad», gridano invece i ventenni per le strade di Lima. Sono sbucati quasi d’improvviso nel pieno della campagna elettorale che culminerà il 10 aprile. Chiamati dal Colectivo Dignidad, si sono raccolti a migliaia. Lo hanno fatto due volte a marzo, la terza sarà il 5 aprile, anniversario dell’autogolpe di Alberto Fujimori. Era il 1992.
«Keiko no va» è lo slogan di chi è nato allora. Lei giura che non farebbe come suo padre. Lo va solo a trovare una volta la settimana nel carcere di massima sicurezza dove è detenuto. Ma chi scende in strada non le crede. «Mai avremmo pensato di dover affrontare davvero un’altra Fujimori», è il commento più comune tra i manifestanti.
Invece il fujimorismo ha radici lunghe. Secondo l’agenzia Datum, Keiko vola nei sondaggi ad oltre il 32%. Persino i giudici della Junta Electoral, dopo aver eliminato i suoi due più temili concorrenti, si sono fermati davanti a lei. E’ stata beccata a dare soldi durante una gara tra band musicali. Proibito per legge: per gli stessi motivi hanno escluso Cesar Acuña, uno degli impresari più ricchi del Perù. Negli ultimi dieci anni è stato il più generoso finanziatore delle elezioni altrui. Quest’anno si era messo in proprio, ma gli è andata male. Non solo è stato beccato a regalare soles, ma ha dovuto ammettere i plagi dei suoi master. Lui, diventato milionario costruendo e gestendo tre università private.
Il secondo espulso dalla corsa elettorale è l’outsider Javier Guzman. L’economista non avrebbe rispettato lo statuto del proprio partito nel convocare una riunione. Qui può succedere anche questo. Keiko Fujimori ha rischiato, ma i giudici hanno scelto di lasciarla correre. L’hanno annunciato alla vigilia di Pasqua, quando tutti erano distratti.
Il fatto è che «il potere giudiziario non è neutrale, ma è un attore politico di prim’ordine», spiega a pagina99 uno dei più prestigiosi giornalisti peruviani, David Hidalgo. Alle loro spalle, si dice qui, ci sono vecchie volpi del potere. Primo fra tutti Alan Garcia, due volte presidente (nel 1985 e nel 2006), un dinosauro dell’Internazionale Socialista che ancora si è candidato pur non avendo chance. «Alan Garcia fa fuori così i suoi avversari, trasformando il processo elettorale in una sciarada di trappole e manovre», è l’opinione di Gustavo Gorriti di IDL-Reporteros, icona del giornalismo di inchiesta. Proprio in questi giorni si è aperto il processo ai suoi sequestratori, uno degli abusi accaduti proprio nei giorni dell’autogolpe di Alberto Fujimori.
In questa House of cards in salsa latina, Keiko batte ineffabile ogni angolo del paese dietro le bandiere arancioni del suo partito personale, Fuerza Popular. Lei è il nuovo fujimorismo, «eco di un populismo autoritario – continua David Hidalgo – Una nostalgia che trova ascolto in chi vuole dimenticare le ferite del passato o in chi ha vissuto il boom post-dittatura e non vuole perderlo».
Ma c’è anche l’altro Perù, sempre figlio di quel boom, colto e globalizzato, che si è stretto con chi porta ancora le cicatrici del vecchio Fujimori. Marciare oggi per le strade di Lima è un viaggio negli ultimi dieci anni. La stessa capitale è irriconoscibile, da metropoli impaurita e decadente di allora, a mecca di nuovi ricchi, collezionisti e grattacieli. A cavallo del secolo, il paese è andato a tutta velocità, sempre sopra il 5,5% l’anno, con picchi del 8,9% nel 2008 e del 9,8% nel 2009. Debellata la guerriglia, il Perù ha cominciato ad attrarre gli investimenti e la fame cinese di materie prime, oro e rame prima di tutto.
Ollanta Humala, che cinque anni fa ha sconfitto sempre Keiko Fujimori (già allora in pista) ha provato a ridistribuire una parte delle risorse. Quasi 12 milioni di persone sono uscite dalla miseria, crollata secondo l’Istituto nazionale di statistica dal 49% al 24%, anche se con grandi differenze tra città e campagne, regioni andine e costa. Più di un terzo dei peruviani ora si sente classe media e un altro terzo emergente.
La tigre andina, osannata anche dal nostro Matteo Renzi nel suo recente viaggio in Perù (il primo per un premier italiano), ha però il fiato grosso. La frenata della Cina ha ridotto la crescita che quest’anno si prevede al 3,3%. Tremano i ricchi: secondo Bloomberg nel 2015 la Borsa ha perso il 70% del volume di scambi rispetto al 2007. E trema chi è uscito dalla povertà: il 33,6% si sente “vulnerabile” e a rischio di riprecipitarvi, secondo la Banca Interamericana di Sviluppo.
Un Perù frastornato, dunque, che non sa se essere nostalgico o timoroso. Quello che nessun candidato mette in discussione è il credo liberista. Non lo ha fatto nemmeno Ollanta Humala, che pure sembrava un’alternativa di sinistra. Smacchiate le prime simpatie per il chavismo, anche lui ha preferito tenersi amici i mercati finanziari, finendo per scontentare tutti. A cominciare dalle comunità indie e andine, i movimenti ecologisti e sindacali, sbaragliati dai progetti estrattivi e dal favore riservato alle multinazionali. Nessuno ha davvero intaccato la diseguaglianza atavica e l’enorme economia informale e illegale. E soprattutto la corruzione pervasiva, vera matrigna del Perù.
Ha sempre uno sguardo malinconico, Ollanta Humala. Arrivato a fine mandato, solo 18 peruviani su 100 lo sostengono, secondo l’agenzia Datum. Il suo candidato di bandiera, dato all’1%, è stato costretto a ritirarsi. «In realtà Humala non era preparato a gestire il Paese – riflette David Hidalgo – Al suo arrivo il boom economico stava già declinando e lui si è trovato a governare col pilota automatico». Così ha dilapidato consenso, mentre il suo Partido Nacionalista è vaporizzato. A guidarlo è Nadine Heredia, la moglie, vera dama di ferro.
Nei piani degli Humala, sarebbe andata a lei la fascia presidenziale. Un po’ come in Argentina hanno fatto Nestor e Cristina Kirchner. Ma qualcosa è andato storto. E’ lei che ha intessuto alleanze e raccolto i finanziamenti. Più o meno leciti, secondo le accuse. I primi sospetti portano a imprese venezuelane, quando Hugo Chavez era in vita e generoso. Poi il colosso brasiliano Odebrecht: Lava Jato, la mani pulite che sta scuotendo il Brasile, è di scena anche in Perù. E’ Nadine al centro della bufera.
Da quella possibilità di sinistra andata perduta, sta emergendo un’altra outsider, Veronika Mendoza. Una congressista 34enne, delusa da Humala, che secondo l’ultimo dato Ipsos sta raccogliendo attorno al12% nei sondaggi, attirando i giovani delle città e una coalizione sociale che si chiama Frente Amplio con una piattaforma marcatamente progressista. A lei Pablo Iglesias ha inviato dalla Spagna il sostegno di Podemos e da alcuni giorni un appello di 150 intellettuali sta girando nei social network.
Keiko Fujimori se la vedrà con altri due ben quotati. L’affermato economista e giornalista Alfredo Barnechea. E soprattutto PKK, Pedro Pablo Kuczynski. Già più volte ministro, businessman, con l’aria aristocratica dei suoi 78 anni e un passaporto Usa cui ha da poco rinunciato, in questi giorni è sotto le lenti degli imprevedibili giudici elettorali, oltre che dei magistrati di Lava Jato. Lui è il cugino più famoso del Perù: la madre era cugina del regista Jean Luc Godard e la seconda moglie cugina di Jessica Lange.
Nella tele-serie elettorale peruviana niente è scontato, neanche a una settimana dal voto. L’unica impassibile è Keiko, la figlia più famosa del Perù.

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