Sognando la Svizzera

«Per vent’anni abbiamo scommesso sulla carriera universitaria come unico obiettivo per i giovani americani. Ci siamo accorti che solo la metà terminava e di questi solo il 10% finiva una specializzazione. Nel frattempo 5,5 milioni tra i 16 e i 24 anni non avevano un lavoro né andavano a scuola». Inizia così Robert Schwartz il suo racconto nel mondo della formazione, invitato dalla Fondazione Nordest. L’approdo? «Un sistema educativo molto connesso con le imprese, capace di creare nuove figure professionali con grandi conoscenze tecniche». Il modello? La Svizzera.
Una lezione che ha molte assonanze con il dibattito italiano, anche se da noi si guarda all’America e loro sognano l’Europa.
Robert Schwartz vanta una lunga carriera. Già insegnante e preside di scuola superiore, è stato consulente per l’istruzione del sindaco di Boston e del governatore del Massachusetts, oltre che nel team del National Institute of Education. Nel frattempo ha lavorato a lungo nel mondo no-profit, dirigendo ad esempio il Pew Charitable Trusts, importante associazione filantropica sul fronte delle borse di studio, vera chiave di volta dell’accesso al sistema educativo Usa. Oggi insegna all’Università di Harvard: nel 2011 ha elaborato un report dal titolo ambizioso, Pathway to prosperity, che ha avuto una grande eco ed è stato adottato da 12 stati americani.
Da cosa siete partiti per redigere il rapporto, professore?
«La crisi è stata la molla per ripensare il rapporto fra formazione e lavoro, in particolare per le generazioni più giovani. Quelle che finivano polarizzate o su lavori di altissimo livello, dopo il bachelor e dopo il master, o su impieghi di bassissima qualità. L’istruzione tecnica era confinata alle minoranze, black e latinos, o agli strati più poveri, mentre la Cina assorbiva la produzione in quei settori vincendo la competizione globale. Insomma, si stava svuotando la classe media e stavamo perdendo saperi e giovani».
E le imprese come reagiscono?
«Tutte le ricerche indicano il bisogno di una nuova manodopera, in particolare in tre ambiti: la manifattura digitale, l’informational technology e la salute. Parliamo di 230 figure professionali. Un terzo dei nuovi lavori richiederà una formazione tecnica post-diploma e non accademica per colmare il cosiddetto skill gap, il divario tra competenze»
Da qui l’idea di scommettere sui VET, il vocational training, l’istruzione tecnica.
«L’idea è di riempire quel vuoto tra i classici blue collar, gli operai, e i white collar, funzionari o impiegati di alto livello. Come? con un sistema scolastico di qualità grazie a precise politiche pubbliche e una rete di connessioni tra scuole e imprese. Peraltro questi istituti post-diploma sono molto più accessibili per i ragazzi: il nostro sistema universitario è privato e chi si laurea si trova già indebitato per almeno 200 mila dollari. Nei VET invece il costo è dieci volte inferiore».
E come dialogano autorità pubbliche e imprese?
«Un po’ come quello previsto ora dalla Buona Scuola in Italia con l’alternanza scuola-lavoro. Questo è uno dei nodi strategici. Abbiamo creato reti di educatori, datori di lavoro, funzionari, agenzie e associazioni che facilitano i passaggi. Le stesse grandi corporation, penso alla JP Morgan che tanta responsabilità ha avuto nell’esplosione della crisi, ha messo a disposizione fondi e strutture».
A qualche modelli vi siete ispirati?
«Ho studiato a lungo i sistemi dei paesi dell’Europa centrale, dove questo sistema è ormai consolidato. Le statistiche ci mostrano come proprio in questi paesi, dunque Austria, Germania, Svizzera, Olanda, Norvegia, sono tra i primi posti dell’indice globale di competitività dei talenti. Qui le giovani generazioni registrano i più bassi tassi di disoccupazione. E mentre loro la mantenevano sotto il 10%, negli Usa era il doppio e ancora di più in Italia. Naturalmente ogni contesto ha delle peculiarità, non c’è un modello da esportare. Di sicuro quello svizzero è molto interessante»
Perché quello svizzero?
«Perché a differenza della Germania, ad esempio, in Svizzera chi intraprende una formazione tecnica può anche passare ad una accademica e prendersi un phd. E’ molto flessibile e ha passerelle tra un livello e l’altro. In secondo luogo il lavoro di questi studenti è remunerato, prendono almeno 700 o 800 dollari al mese, così si crea autonomia.
Inoltre abbiamo visto gli effetti di approcciare il mondo del lavoro fin da giovanissimi. In Svizzera il 70% dei quindicenni ha già familiarità con le aziende. Secondo noi questo ha un impatto psicologico positivo, apre a nuove conoscenze, aiuta a percepire che la mobilità sociale sia davvero possibile».

Corriere Imprese

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