Teatranti in azienda

aprile 11, 2016

Sempre più figure estranee al mondo del management entrano nelle aziende. Può capitare così di incontrare anche degli attori teatrali. E’ il caso di Don’t think, un piccolo team nato da Farmacia Zoo:E, una compagnia teatrale veneta, con base a Mestre.
Cosa fanno? Carola Minincleri lo racconta così: «Osserviamo, lavoriamo come testimoni, senza giudicare, esattamente come si fa a teatro». Di fatto, quando entrano in azienda cominciano a cambiarla.«Tutto è iniziato con una richiesta di public speaking: imparare a parlare in pubblico – ricorda Gianmarco Busetto – Ci hanno detto: voi fate teatro, insegnateci a tenere un pubblico, a convincere, a far sognare chi abbiamo davanti».
Don’t Think nasce l’anno scorso, ma un primo esperimento già era stato avviato con altri professionisti nel 2011 dando vita a Lavanderia Nordest («Volevamo aprire la sede in una ex-lavanderia, ma poi è saltato tutto»). Consulenze, dunque: per riorientare l’azienda, formare venditori o manager, gestire il passaggio generazionale, imparare a usare il corpo. Il tutto con linguaggi e sguardi teatrali: «Siamo molto chiari con i nostri committenti- dice Busetto – Non vogliamo e non possiamo entrare in campi che non ci competono». Si lavora sulle posture, sulla voce, sul controllo di un discorso. Oppure sul team building, «che per noi è socializzazione teatrale». O, ancora, sullo storytelling: «Devi imparare a narrare la tua azienda, vendere una storia, avere una visione. Per farlo devi ricostruire la biografia di quell’impresa».
Chi meglio di un drammaturgo, allora? Con un’azienda di prodotti finanziari, Don’t think ha lavorato ad esempio sulla «identità culturale»: «era una start-up alla ricerca di un profilo su cui costruire strategie e materiali. Per un anno li abbiamo seguiti come segugi e ridiscusso tutto, dal semplice logo al modo di comunicare, fino al senso dell’azienda. Alla fine gli abbiamo costruito un metodo e scritto una visione». Aggiunge Minincleri: «Ogni intervento lo consideriamo un mezzo, non un fine. Il fine è metterti di fronte a te stesso per imparare a cambiare se senti che è necessario. Spesso si provoca una crisi: il che è positivo, perché si risolve con l’aumento della chiarezza e della coesione, e talvolta anche con una separazione, un abbandono, un salto».
Sono sopratutto aziende di medie dimensioni che chiedono aiuto. Per una impresa di telefonia il lavoro è stato motivazionale, il cosiddetto engagement. Per una di automobili, un training di regia, vale a dire coaching. Per la Camera di Commercio i teatranti hanno lavorato sui luoghi di confine, quando l’ente stava avviando processi di aggregazione territoriale. Come? Portando i soci a passeggiare per una settimana, a parlare con imprenditori e commercianti che lavorano nelle zone a cavallo tra le provincie. Così è nata anche la collaborazione con il MacLab, il laboratorio sull’innovazione dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Perché l’innovazione, di cui tanto si parla, rischia di essere retorica: «per noi l’innovazione è un’esperienza. E’ il linguaggio parlato da una società evoluta, è l’accidente della sostanza. La sostanza è la società che cambia. Ma la società cambia se la gente cambia».

Corriere Imprese

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