La regola del bianco

aprile 15, 2016

Il colore bianco è l’unica regola non dichiarata da Caroline Bourgeois, la curatrice di Accrochage, la nuova mostra che si aprirà domenica 17 aprile a Venezia negli spazi di Punta della Dogana. Anche se non detta, è impossibile non rendersene conto in quel reiterarsi di biancore, con piglio ossessivo, che accomuna i 29 artisti e le loro 70 opere.
E le regole dichiarate? Primo: «Nessun’opera è mai stata esposta prima e due terzi degli artisti è la prima volta che si presenta al pubblico, da quando sono entrati nella Collezione Pinault». Secondo, spiega sempre Bourgeois: «Ho scelto gesti e pensieri minimali. Tutti sono accumunati da una semplicità e un’apertura che dilatano lo spazio».
Il bianco, così, è diventata una scelta quasi obbligata. E’ il bianco come sa presentarsi quando si appella al vuoto o al fallimento. E’ l’impalpabile, che (si sa) è pur sempre una presenza. Per questo, di tela in tela, c’è qualcosa di fantasmatico che accompagna il visitatore. Fin dall’ingresso, dove compare un cappotto marmoreo come se fosse indossato da qualcuno che non si vede: è firmato da Guillaume Leblon il Manteau de Alberto, dove Alberto sta per Giacometti, e il cappotto è quello immortalato da Henri Cartier-Bresson, mentre il grande scultore cercava di ripararsi dalla pioggia. «Nessuno come Giacometti ha mai scavato e tolto tanto nelle sue opere per dare valore alle cose», sottolinea la curatrice.
Allora, per materializzare le presenze germinate dal biancore, ci fa trovare un lampadario a gocce che si illumina con l’andirivieni del vociare di uccelli, opera di Cerith Wyn Ewans. Di fronte e alle spalle, due installazioni di Pier Paolo Calzolari: da una parte sei materassi bianchi, spettralmente in verticale con variazioni di lacci; dall’altra una serie di lastre di rame e ferro come pale d’altare.
Il biancore che trasmigra tra le sale non è mai innocente e le tele sono cangianti o pallide, ma sempre tracciate, squadrettate, impiastricciate, rigate. Visto dall’alto, ha tutta l’aria di un giro vorticoso attorno al grande cubo al centro della Dogana, come fosse il baricentro di tutto, là dove Sol LeWitt traccia i suoi monumentali segni geometrici neri per lasciarceli contemplare.
La sensazione di estraniamento si materializza verso la punta dell’edificio dove galleggiano nell’aria i pesci colorati gonfi di elio di Philippe Parreno che installa una piattaforma, illuminata sì ma di quelle sue luci tremule.
Nella stessa sala, per sei settimane, Tino Sehgal (Leone d’oro alla Biennale d’arte 2013) mette in scena una delle sue «situazioni costruite»: una performer (o, meglio, una sua “interprete”) segue una sequenza coreografica e narra, interagendo col pubblico ma con aria asettica, una serie di istruzioni verbali. Un’altra presenza. Il bianco così si fa immateriale, trama solo di gesti e voci. L’oggetto scompare definitivamente, come ci ha abituato l’artista inglese, che vieta persino didascalie, riprese video e fotografiche, cataloghi e spiegazioni. Troppi oggetti-merce e troppe voci-grida già ci sommergono abbastanza, vuole dirci. Meglio scomparire. E riapparire in un altro modo. Il che amplifica ancora di più lo smarrimento messo in piega da questo Accrochage fantasmatico.
Si esce lasciandosi alle spalle un filmato di Pierre Huyghe: una scimmia indossa una maschera bianca e una parrucca da ragazza, si muove in un ristorante abbandonato mimando gesti umani, là dove l’umanità non c’è più. O ha preso altre forme. All’uscita, ritorna il vociare degli uccelli che non ci sono.

Corriere del Veneto

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