La sfida dei nuovi seminaristi

aprile 16, 2016

I ventenni chiamati da Dio iniziano la giornata alle 6.30, l’ora delle lodi. Sanno che fuori c’è un mondo che li guarda straniti. A cominciare dai loro genitori, e così gli amici. Forse gli stessi parrocchiani, che si stringono in chiese non proprio affollate e mormorano le orazioni piuttosto disincantati. Sarà come dice don Marco, rettore del Seminario di Acireale: «l’indecifrabile è la conferma di qualcosa di speciale».
Sono gentili, i ragazzi di Dio. Si preparano a diventare pastori di pecore che hanno già perso qualunque timore. Forse per questo sono anche diffidenti quando qualcuno prova a parlarci. E ancora più lo sono i loro superiori. Per cercare questi ragazzi bisogna tornare più volte in una parrocchia, inseguirli in Facebook, intrecciare passaparola, chiedere ai Rettori, avere pazienza, rassicurarli. Nonostante l’epica della sua forza, la Chiesa oggi è esposta a sguardi impietosi e non può più nascondere il male quando morde. Ma questo non scoraggia i ventenni che ci investono il futuro. «La Chiesa è fatta di uomini che possono sbagliare», sussurra Roberto, 20 anni, appena entrato in un seminario veneto. «Per chi decide di farlo, niente è un deterrente», racconta Stefano, 25, ormai in procinto di finire a Brescia.
Farsi preti a vent’anni, negli anni dieci del nuovo secolo. «Bisogna essere preparati, perché ci aspetta una società infinitamente più preparata di un tempo», dice Michele, 24, napoletano. Un anno propedeutico, cinque di teologia e l’ultimo per la tesi e il diaconato, prima dell’ordinazione. Si vive in Seminario quasi tutta la settimana, il week end in una parrocchia.A Lodi un anno in più a metà percorso lo passano fuori, sul campo. Ci si fa le ossa nelle carceri, in oratorio, nelle scuole.
Se un tempo il Seminario era una one-way e l’uscita disdicevole, ora non c’è seminarista appena entrato che non azzardi un paradosso: «Non so se farò il prete», come Francesco, 20, di Napoli. «E’ un percorso di libertà – aggiunge Roberto- Ogni giorno scegli se rimanerci». Anzi, come spiega Alessio, 25, di Pescara, «nel dubbio ti scoraggiano». Prima sorpresa: il Seminario si vive in modo laico e pragmatico.
Quasi ogni diocesi ha un suo centro formativo, alcuni sono regionali. Ricostruire dati e cifre è difficile. Secondo l’Ufficio della Pastorale per le vocazioni, sommando le iscrizioni a filosofia e teologia, diocesi per diocesi, nel 2014 erano 3090 i seminaristi. Un po’ meno due anni prima, 2886.
Sembrava una sorgente pronta a seccarsi alla fine del secolo scorso. Poi la risalita, fino a stabilizzarsi nell’ultimo decennio. Dio chiama di più al Sud. In Puglia soprattutto. «Non so perché – si chiede Davide, 25, foggiano – E’ un disegno di Dio che non possiamo comprendere». I maligni dicono sia un lavoro sicuro, un po’ come entrare nell’Arma. O forse è una questione antropologica, prova a riflettere don Roberto, alla guida di Ivrea: «profonde radici storiche e una struttura familiare che tiene, è larga, solida».
Le famiglie. Non è facile guardare negli occhi padri e madri e dire che vuoi diventare prete. Quasi tutti credenti, ma spesso poco praticanti, questi genitori nati nello sferragliare del Sessantotto ogni volta rimangono stupefatti. «Studiavo medicina a Roma, sono tornato a casa una domenica – racconta Alessio – Devo dirvi una cosa importante. E così mia madre ha pianto, un fratello impassibile, l’altro ha detto che era uno spreco». «Cosa abbiamo sbagliato» si sono chiesti i genitori di Francesco, 25, di Torino. «Mia madre invece se lo aspettava», dice Francesco il napoletano, entrato in Seminario già a 16 anni e una sorella suora. Non resta che accettarlo.
Rivelare la chiamata è un coming out. Come spiegare che è una cosa sentita da sempre? «Da piccolo giocavo a dire messa», se la ride Roberto. «L’ho tenuto nascosto fino a una settimana prima di entrare in seminario», ammette Michele. E così tutti gli altri. Poi c’è l’amica del cuore cui si confida il segreto. Il bruciore della prima reazione o un abbraccio complice.
«La chiamata non arriva per telefono, non ho sentito una voce nella testa e non ho ricevuto sms da Dio», sorride Francesco, 24, di Crema, una lunga esperienza con i suoi genitori nelle case-famiglie di don Benzi. «Non siamo mai stati una famiglia normale», aggiunge. Dio chiama: avevano19 anni Andrea e 22 Riccardo e ora sono pronti a diventare diaconi a Lodi. Ne ha 28 Nicola, loro vicino di stanza, appena entrato dopo una laurea in fisica.
Ma può chiamare anche per consigliarti di lasciare. Capita a un centinaio ogni anno, secondo la Santa Sede. Gabriele, 27, di Vigevano, ora vive alle porte di Ginevra con sua moglie, una venezuelana conosciuta a New York. «A 13 anni sono entrato in Seminario minore, io entusiasta e i miei con la paura del plagio – racconta – Ci sono rimasto solo tre anni. Mentre finivo l’università sono rientrato: i miei sconcertati. E poi ho lasciato di nuovo». Sorride. «Non mi pento. Ma mi mancavano gli affetti, una donna, l’amore, la sessualità».
Se per gli ordini religiosi sono voti, qui sono «promesse», ma sono quelle di sempre: obbedienza e castità, la povertà è consigliata. «Non possiamo vivere tutto» sorride Stefano. E Riccardo: «La Chiesa lo chiede e lo accetti». Per Francesco il torinese è la prova che «se poi lasci per questo, vuol dire che il Seminario funziona». «Io mi sono innamorato di una ragazza, ma quello che sto facendo è più grande», ci confida Alessio. Ma è un caso raro. Quasi tutti, come Nicola, scuotono la testa: «Già viviamo un’esperienza affettiva esclusiva». Perché qui conta quello che passa tra te e ciò che chiami Dio. Forse è l’infedeltà del mondo il fardello più pesante. Invece «l’amore per Dio è fedelissimo», almeno così dice Francesco, ragazzo di Dio.

Io Donna

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