culture

Il vetro degli architetti

La carta da parati della Wiener Werkstätte, con i suoi pattern grafici di un colore tenue, ricrea in ogni sala le atmosfere d’interni di primo Novecento, il fervore di un incontro inedito tra design, industria e architettura. Il Boudoir d’une grande vedette, la sala progettata da Josef Hoffman per il padiglione austriaco dell’Esposizione universale parigina del 1937, con pareti e pavimento a specchi, tappeti e lampade chic, sfoggia una gioia di vivere come antidoto al mortifero che stava divorando l’Europa.
Sono questi tre decenni che scorrono a Venezia ne Le stanze del vetro, il programma di mostre e studi sull’arte vetraia promosso dalla Fondazione Giorgio Cini assieme alla Pentagram Stiftung. Il vetro degli architetti. Vienna 1900 – 1937 mette in mostra (fino al 31 luglio) oltre 300 opere scelte da Rainald Franz dalla collezione del MAK, il Museo di arti applicate di Vienna. Un omaggio al modernismo viennese che segnerà per sempre la storia del design e che porta le firme di Josef Hoffmann, Koloman Moser, Joseph Maria Olbrich, Leopold Bauer, Otto Prutscher, Oskar Strnad, Oswald Haerdtl e Adolf Loos.
E’ il vetro che affascina questa generazione di giovani architetti, allievi di Otto Wagner, come materiale su cui sperimentare nuovi linguaggi e modellare il gusto di massa attraverso la serialità industriale. Per far questo entrano direttamente nelle fornaci, lavorano coi maestri, ne apprendono saperi e virtuosismo, a cominciare dalle vetrerie tradizionali di Boemia. Connettono registri accademici e respiro d’arte con le comunità di produttori, dall’originale “bottega” della Wiener Werkstätte alle associazioni di artigiani, le Werkbund.
Con una progressione cronologica, le stanze del vetro raccontano la storia di questi design radicali e pragmatici. Dagli esordi della Secessione viennese del 1900 alla capacità di resistere al primo conflitto, per poi inoltrarsi nel dopoguerra che culmina con l’Expo di Parigi del 1925.
Vasi, coppe, ciotole e centrotavola, portacipria, servizi di bicchieri e flaconi da toilette: è un mondo di forme che si allunga e si addolcisce, si fa minimale o sfaccettato; è una gamma di pattern con policromie optical o ritmi di geometrie nere o giochi dorati di foglie stilizzate; è il trionfo di colorazioni blu notte, gialli intensi, violette seducenti, fumé topazio; è pure una storia di tecniche e di lavorazioni, come il sottile vetro mussolina o la molatura a lume.
«Contemplare a fondo l’eccezionale arte del vetro permette di comprendere meglio il delicato equilibrio tra fragilità e bellezza e i suoi effetti sulla vita quotidiana», sottolinea giustamente Christoph Thun-Hohenstein, direttore del MAK. Se quei giovani viennesi riescono a raggiungere un tale equilibrio è anche perché trattano davvero oggetti di uso comune come architetture e gli ambienti domestici come spazi urbani, sottraendo l’arte vetraria dal mistero che l’ha sempre circondata e dal destino aristocratico che l’aveva sinora segnata.
Forse non è un caso che il Trinkservice No.248, disegnato da Adolf Loos (peraltro suo unico progetto in vetro) sia un servizio di bicchieri a tutt’oggi in produzione. Le sue linee essenziali, le trasparenze e la geometrica trama bianca sul fondo, ne hanno fatto un classico capace di incrociare il contemporaneo di ogni generazione dal 1931.
Come osserva Pasquale Gagliardi della Fondazione Cini, «il vetro ha vissuto un processo di riforma che ha avuto ovunque le caratteristiche di una rivoluzione piuttosto che di una evoluzione». Dunque rotture e salti di paradigmi, come dimostra l’esperienza viennese in mostra. E come forse sta succedendo tuttora.

Corriere del Veneto

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