Il limbo della Fondazione Bevilacqua La Masa

maggio 18, 2016

Senza presidente da quasi tre anni e da otto mesi in attesa di una nomina che non arriva mai, la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia è in un limbo. A Palazzetto Tito e alla Galleria di San Marco fervono i lavori, ma tutti si guardano piuttosto sconsolati. Stanno installando le due mostre che apriranno in vista della Biennale Architettura. A San Marco il 24 maggio, Lost in Venice, disguidi veneziani un lavoro realizzato dagli studenti di Arti Visive dello Iuav. Al Tito due giorni dopo sarà la volta di Formes de l’affiche, selezione di manifesti dal Centro di grafica di Chaumont. Entrambe si preannunciano affascinanti, ma ben lontane da progetti che una Fondazione a pieno regime potrebbe fare.
A Ca’ Farsetti l’ipotesi più accreditata è che venga chiusa l’Istituzione (attuale forma giuridica) e che la Bevilacqua transiti direttamente sotto gli uffici comunali. Cosa possa significare è difficile da dire in una città che peraltro non ha un assessore alla cultura, delega tenuta dal sindaco Luigi Brugnaro. I dubbi si moltiplicano se si pensa che questo è un luogo dedicato alle sperimentazioni, al contemporaneo e che avrebbe bisogno di più libertà possibile. «Si possono provare nuovi modelli di gestione ma l’autonomia mi sembra centrale – riflette Daniela Ferretti, nel CdA uscente per conto dei Musei Civici – Resta il fatto che la Bevilacqua ha un ruolo strategico proprio per il suo rapporto con i giovani».
Giorgia Pea, presidente della commissione cultura: «Dubito che ci possa essere un cambio. Il sindaco si è preso solo più tempo possibile per scegliere il presidente. La Bevilacqua, è un fiore all’occhiello».
Di sicuro non è un’istituzione in perdita. Nonostante i trasferimenti del Comune siano scesi negli ultimi 10 anni dai 583 mila del 2004 ai 150 mila dell’anno scorso, la Bevilacqua è riuscita a rastrellare altre 80 mila euro di entrate e 38 mila di biglietti, oltre a ospitare mostre come quella di Peter Doig a costo zero. Allo stesso tempo ha coltivato stretti rapporti con aziende e fondazioni venete (ad esempio Stonefly e Bonotto) e con Confindustria (Alchimie: gli artisti in fabbrica). A fine anno il bilancio si è chiuso con un attivo contabile di 20 mila euro.
Attualmente alla Bevilacqua lavorano cinque dipendenti comunali e tre guardasale. Sono loro che affrontano i 300 giovani artisti che tentano ogni anno la fortuna per le Collettive (un decimo i selezionati) e per le residenze (una cinquantina ad ogni bando, per 12 studi tra Carminati e Cosma e Damiano).
Trasformata in Istituzione nel 1995, ha vissuto una nuova stagione, sotto le direzioni di Chiara Bertola, Luca Massimo Barbero e Angela Vettese. L’ultimo CdA risale al 2011 e per regolamento i membri sono nominati dal sindaco su indicazione delle due università e dell’Accademia di Belle Arti e tre (curiosamente) dai sindacati (in più c’è il direttore di Ca’ Pesaro). Nel 2013 Vettese si è dimessa, per entrare nella Giunta Orsoni, esperienza fugace per le vicende giudiziarie che hanno coinvolto il sindaco. Da allora la Bevilacqua è senza testa.
«Qualunque cosa succeda – riflette proprio Vettese – credo ci siano due punti fermi». Quali? «Uno: avere un progetto, il che significa lavorare su tempi lunghi; due: le competenze, che nell’arte contemporanea sono specifiche». Certo, sottolinea, «resta valido il lascito di Felicita Bevilacqua La Masa nel suo famoso testamento del 1898, in cui dà precise indicazioni». Compreso il monito al Comune: «Se il Municipio di Venezia venisse a mancare in tutto o in parte alle condizioni che gl’impongo (…), decadrà dal beneficio e il Palazzo (Ca’ Pesaro) e il Palco (della Fenice) passeranno di proprietà del mio erede universale». Ci manca solo che qualche erede bussi alla porta del sindaco.

Corriere del Veneto

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