Il padiglione portoghese che fa ripartire i cantieri

maggio 22, 2016

Dovevamo aspettare il Portogallo per vedere portata a termine un’opera incompiuta a Venezia. «Una felice coincidenza», la definisce Roberto Cremascoli, co-curatore assieme a Nuno Grande del Padiglione portoghese alla Biennale Architettura. La coincidenza riguarda l’apertura del Padiglione e il riavvio dei lavori da parte dell’Ater a Campo Marte, l’edificio ancora al grezzo progettato proprio da un portoghese, il grande architetto Alvaro Siza.
Un progetto di case popolari che risale alla metà degli anni ’80 e che ha coinvolto altre tre archi-star, Aldo Rossi, Carlo Aymonino e Rafael Moneo. Gli edifici dei due italiani sono stati costruiti nel 1995. Poi sono partiti i lavori per quello di Siza, un edificio a forma di L, di cui si è riusciti a completare un’ala (e a consegnare i primi 32 appartamenti) ma non l’altra: il cantiere si è fermato nel 2010 essendo fallita l’impresa. Cinque anni dopo, con la chiusura delle procedure fallimentari, è arrivata la felice coincidenza.
Quando il governo di Lisbona ha cominciato a ragionare con l’Ater per fare il padiglione dentro il cantiere chiuso, l’ente di edilizia popolare ha riassegnato i lavori che dureranno per tutta la durata della Biennale. Cominceranno dai piani alti e quando il 27 novembre i portoghesi lasceranno l’isola, si potrà completare anche il piano terra. Ne usciranno 19 appartamenti. «Il fatto di aver rimesso in moto un cantiere ci sembra il miglior risultato del Padiglione», sorride Cremascoli.
«Di solito alle Biennali un paese fa un intervento effimero e se ne va – continua Nuno Grande – Ci piace l’idea di aver prodotto un cambiamento, di esserci assunti una responsabilità nei confronti della città che ci ospita». Per questo, dopo aver avuto l’ok dell’Ater, i curatori hanno cominciato a incontrare i residenti, le associazioni, i comitati, le istituzioni locali. Un incontro speciale, che culminerà il 25 maggio a mezzogiorno: si festeggerà con un pranzo di vicinato, una grande tavolata attorno alla quale sederanno Paolo Baratta, presidente della Biennale, il Presidente del Portogallo e i 217 residenti dei 64 alloggi Ater attorno a Campo Marte.
Neighbourhood, vicinato: così si chiama non a caso il progetto. E un’aggiunta: «Dove Alvaro incontra Aldo», che significa Siza e Rossi, ma anche due persone comuni. «Qui nessuno credeva più che il cantiere potesse ripartire – racconta Grande – C’è una grande sensazione di abbandono». Lo stesso Alvaro Siza, Leone d’oro alla carriera due Biennali fa, è venuto alla Giudecca nel febbraio scorso, ha incontrato le famiglie che vivono nel suo edificio monco. «Qui c’è la sua Venezia Minore – sottolineano i curatori – Quella rimasta autentica, popolare, che gli ha confermato un’idea: non c’è partecipazione senza conflitto».
Il cantiere è ora transennato da una palizzata in legno, su cui campeggeranno i ritratti di chi vive nelle case popolari progettate da Siza, qui alla Giudecca, ma anche a Porto, a L’Aja e a Berlino. Le quattro città ritorneranno all’interno del cantiere nei video-documentari realizzati da una famosa reporter di guerra portoghese, Candida Pinto.
«Abbiamo solo aperto un dialogo e oliato alcune dinamiche», si schermiscono Grande e Cremascoli. Fatto sta che è anche grazie a loro se Comune e Ater si sono ritrovati a ragionare sul progetto della piazza che sorgerà proprio in mezzo agli edifici di Siza e quello di Rafael Moneo che un giorno verrà costruito. Ora è un fazzoletto desolato di terra, usato come discarica.

Corriere del Veneto

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