«La nostra architettura sociale»

maggio 25, 2016

Colpo doppio per i veneziani TAMassociati: curatori del Padiglione Italia e invitati al progetto espositivo del direttore Alejandro Aravena. Parliamo di Biennale Architettura, la kermesse che aprirà al pubblico sabato 28 maggio, ma che già domani e venerdì sarà scandita da decine di vernici ed eventi.
Massimo Lepore (56 anni, originario di Gemona), Raul Pantaleo (54, di Trieste) e Simone Sfriso (50, veneziano nato a Londra): sono loro i TAMassociati. Studi allo Iuav di Venezia, hanno avviato qui il loro sodalizio nel 1996, muovendosi da sempre sul terreno dell’architettura partecipata e sostenibile. Solo negli ultimi due anni hanno incassato 5 riconoscimenti, tra cui l’Aga Khan Award nel 2013 e Architetti dell’anno nel 2014.
Nel loro portfolio spiccano i molti progetti realizzati in giro per il mondo e commissionati da Ong, prima fra tutti Emergency. Sono molto attivi anche a Nordest: porta la loro firma, ad esempio, la sede di Banca Etica a due passi dalla stazione di Padova. Una cosa ci tengono in modo quasi ossessivo: la dimensione di team.
Partiamo da qui: perché è così importante per voi?
«Perché pensiamo che l’architettura sia un atto collettivo e non un lavoro solitario. Questo lo applichiamo tra noi come metodo, nel discutere il concept di un progetto, nel realizzare le cose. D’altra parte, l’architettura è una pluralità di figure, al di là dei progettisti: i committenti, le maestranze, la comunità locale. Insieme fanno architettura».
Per questo vi piace una committenza cooperativa?

«Sì, preferiamo Ong o imprese sociali o gruppi di privati con una spiccata sensibilità sociale».
Come Emergency?
«Sono straordinari. Per Emergency abbiamo realizzato ormai 4 strutture e tre sono in corso: l’ampliamento di una clinica a Kabul, una maternità nel Panshir e un ospedale in Uganda. Hanno un ufficio tecnico molto ben strutturato, che poi è la nostra interfaccia. Sono loro poi che conducono le fasi di realizzazioni, trovano le imprese e le maestranze locali».
Non c’è il rischio di sembrare alieni in contesti così diversi da quelli europei?
«Il rischio c’è ma il contesto è il genius loci. Noi studiamo la grande ricchezza che in ogni luogo c’è di forme, tipologie, colori, condizioni climatiche e ambientali. Ma evitiamo l’architettura vernacolare: proviamo a far dialogare linguaggi contemporanei e a metterci in vibrazione con il luogo».
L’altro tema che vi ha visto impegnati è quello del co-housing, siete stati tra i primi in Italia.
«Abbiamo iniziato a Villorba, costruendo un piccolo quartiere di 8 abitazioni private e una in comune. Tutto è iniziato nel 2011 alla Fiera equo-solidale della cooperativa Pace e sviluppo. Là abbiamo parlato di co-housing, il vivere in comune, un fenomeno nuovo in Italia ma già diffuso nel nord-Europa. Da lì è partito un percorso partecipato con un gruppo di famiglie: comprato il terreno e costruito. Oggi ci vivono 16 adulti e 19 bambini».
Un filone che avete poi proseguito a Bologna.
«Sì, a San Lazzaro: in questo caso era un bando comunale per edilizia sperimentale. Ne è nato un condominio solidale. Il co-housing risponde ai cambiamenti della società, in cui si è tutti molto vulnerabili e si possono creare dei legami abitativi in cui ognuno ha la sua casa ma dei servizi e degli spazi in comune: penso al car-sharing, ad un’unica lavanderia, fino alla badante di condominio».
E a Venezia c’è un luogo dove vi piacerebbe intervenire?
«Da sempre pensiamo a quanto sarebbe interessante recuperare l’area ex-Italgas. Potrebbe diventare un luogo di residenza convenzionata, di social-housing. Qualcosa di utile a contrastare lo svuotamento della città, che ci sembra la vera priorità».

Corriere del Veneto

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