Soluzioni inaspettate, visioni del quotidiano

La crisi ha arso il mondo. E ora è arrivato il tempo di osservare cosa sia germinato attorno alle ferite e alle cicatrici. Lo fa la Biennale di Architettura che da oggi a Venezia (fino al 27 novembre) dà il via alle inaugurazioni e da sabato si apre al pubblico.
Se nel 2014 eravamo così smarriti da ritornare ai “Fondamenti”, dai soffitti alle maniglie, oggi scopriamo le soluzioni inaspettate attorno al disastro del presente.
Per questo già all’ingresso delle Corderie dell’Arsenale e al Padiglione dei Giardini, ci accoglie una domanda semplice: «Che cos’è l’architettura?». Alejandro Aravena, il direttore di questa edizione n.15, una risposta ce l’ha: «E’ il modo per dare alle persone un luogo dove vivere». Aggiunge: «Non è di più, né di meno». E sì che il cileno 49enne, neo-Pritzker Prize, non ama le risposte: «Il problema – ripete – non è dare le risposte sbagliate, ma fare le domande giuste».
La sua Biennale è così: non solo le proposte degli 88 architetti da lui invitati, ma anche i 65 padiglioni nazionali sembrano averlo preso alla lettera. La consegna è: Reporting from the front, stare in prima linea, inerpicarsi sul fronte di una battaglia visibile e dolorosa e raccontare ciò che è nato, un po’ come succede con le improvvise fioriture nel suo livido deserto di Atacama.
Ne è uscita una narrazione raffinata ed essenziale, che si chiede camminando e teorizza stando nel gorgo. All’Arsenale una selva di traversine di alluminio scende dal soffitto e domina le pareti ricoperte da un mosaico di cartongesso: è il materiale riciclato dopo aver smantellato la Biennale d’arte dell’anno scorso.
Da questa anticamera super-recycle Aravena ci invita a scoprire cosa si può fare rimanendo come virus dentro il sistema, conoscendone le regole e ribaltandole a beneficio di tutti. E’ la nuova architettura incrementale dello Studio Bel di Amburgo che partendo da servizi essenziali ci costruisce nuove conurbazioni per migranti e profughi. Sono i colombiani dell’impresa pubblica dell’acqua (anche se lavora come un’azienda privata) che ha fatto rifiorire i quartieri della mattanza di Medellin, grazie anche ad architetti come Giancarlo Mazzanti. Sono gli inglesi Assemble, che di recente hanno vinto il Turner Prize, i primi architetti a strappare il Nobel degli artisti: progettano con gli abitanti gli spazi pubblici, reinventando relazioni e forme.
Definirla architettura sociale è riduttivo. Sembrano davvero “esperienze” sull’uscio di un crocevia, tra partecipazione, responsabilità, presa di coscienza, ecologia sociale, qualità costruttiva, fantasia come necessità. Non c’è lamento, nella Biennale politica di Aravena. Nè rivendicazione arrabbiata. Ma capacità di aprire gli interstizi.
Per questo non ha paura di invitare archi-star sulla cui grandeur si è consumata la stagione pre-crisi. Di Renzo Piano gli interessa il suo nuovo attivismo sulle periferie. Di Tadao Ando la capacità di sentire contemporanea una città come Venezia. Dell’Atelier Jean Nouvel l’incanto prodotto dai fasci di luce naturale che dal soffitto scendono come pilastri immateriali.
I padiglioni nazionali seguono Aravena su questo orizzonte. Gli spagnoli con il riuso di edifici dopo il crack edilizio, gli olandesi con l’architettura del peacekeeping, i venezuelani con i collettivi nei quartieri della miseria (in un padiglione di Carlo Scarpa che ha ripreso luce grazie alle cure di Javier Cerisola), i cinesi con l’architettura del quotidiano. Fino ai rumeni che montano una scenografia di marionette, esorcizzando l’architettura della paura del loro passato, come se quei burattini fossimo tutti noi nel mondo globale.

Corriere del Veneto

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