Belo Monte, la diga della discordia

«Un giorno tutto questo verrà giudicato», non si stanca di ripetere Thais Santi. «Belo Monte è una sfida allo stato di diritto. Ma prima di tutto è una storia che dev’essere raccontata». Thais Santi, 36 anni, è procuratrice al Ministerio Publico Federal di Altamira, Stato del Parà, dentro quell’organismo vivente che è l’Amazzonia brasiliana. E la storia è quella della diga di Belo Monte sul fiume Xingu. Costruita a qualunque prezzo, dice, in una sorta di «stato di eccezione dove cioè tutto è possibile».
Inaugurata il 5 maggio, uno degli ultimi atti della presidente Dilma Rousseff prima del vorticoso impeachment, è la più grande idroelettrica del Brasile dopo la centrale di Itaipù e la terza al mondo dopo la cinese delle Tre Gole. «Un’opera delle dimensioni di questo popolo», l’ha definita Dilma. Eppure quello che doveva essere il suo capolavoro è diventato il classico gioco in cui tutti finiscono sconfitti, salvo forse i costruttori e i gestori, ovvero la Norte Energia, consorzio pubblico-privato guidato da Eletrobras. A Dilma è rimasto un sorriso amaro. Ma a Belo Monte da anni i volti si fanno mesti e la voce si rompe quando se ne parla.
Nessuno qui è tenero con Dilma, la più decisa a fare la diga già quand’era ministra di Luiz Inácio Lula da Silva. Ma nessuno si fida di chi ha preso il suo posto, in quella trama di potere consumata nei palazzi di Brasilia che da Belo Monte è a una distanza siderale, colmata solo dall’ombra di una corruzione altrettanto vorace. Esplosa l’inchiesta Lava Jato, i dubbi si sono materializzati in confessioni, che non hanno risparmiato gli appalti per l’ idroelettrica. «Non abbiamo mai avuto prove, ma quando un’opera comincia a costare due o tre volte la concessione si sente odore di bruciato», allarga le braccia Dal Marcondes, direttore di Envolverde, prestigioso portale di giornalismo ambientale.
A pieno regime, nel 2019, Belo Monte promette di sprigionare 11.233 megawatt, un quinto dell’energia di cui il paese dice di aver bisogno (almeno così diceva, prima della crisi economica), e che sarà distribuita grazie a una ragnatela di 2100 km di tralicci. O meglio, quel picco si potrà raggiungere tra febbraio e maggio, perché durante la stagione secca non arriverà che al 41% delle sue capacità. Tutto dipende dal fiume. Come sempre.
Le acque dello Xingu fanno un lungo giro prima di arrivare al Rio delle Amazzoni. Ad Altamira il fiume disegna una prima ansa per poi scendere verso sud, un’altra curva e ritorna su. Sembra un serpente, il grosso corpo tatuato da un fascio di canali e un mondo pulviscolare d’acqua. Attraversa terre fertili e terre lussureggianti e pure quelle già devastate dai predatori di ogni sorta. Ma soprattutto attraversa le terre di decine di popoli indigeni.
A Pimental, una quarantina di km a sud di Altamira e prima dell’ansa, uno sbarramento (e 6 turbine) devia una parte del fiume verso nordest. Qui un bacino inonderà 516 kmq di terra. Là ritrova il grande fiume che scorre verso nord, all’altezza di Belo Monte e le sue 18 turbine. Cosa ne sarà delle terre in quella grande ansa rimasta isolata nessuno lo sa.
Il cantiere è durato cinque anni, ma è un’idea accarezzata fin dagli anni ’70, finendo per rientrare nel faraonico piano energetico varato da Lula nel primi anni del secolo, quando il Brasile era una tigre globale. Nel Parà invece sono stati anni di mobilitazioni, di ricorsi e occupazioni dei cantieri, di marce e appelli. Tutti sconfitti. Perché la società civile brasiliana, così forte e articolata, non è riuscita a fermarla? «Perché il Brasile sono tanti Brasile. E il più forte ha vinto, quello del sud-est e quello del potere», riflette Dal Marcondes. «E’ un intero sistema di sviluppo che è fallito», aggiunge.
Thais Santi spiega infaticabile il gioco truccato su cui poggia l’opera. Norte Energia è una creatura dello Stato che ne controlla la proprietà; ma è una società privata, concessionaria unica. Per cui può giocare con due maschere. Racconta il giornalista: «Come impresa pubblica ad Altamira ha costruito acquedotto e rete fognaria. Ma non li ha allacciati alle case: problema del comune, ha detto, siamo un’impresa privata. E così si continua senza acqua potabile e a sversare nel fiume».
E ancora. Le autorizzazioni ambientali sono state date dall’Ibama che è un ente governativo e non indipendente. E così lo è il Funai per i vincoli indigeni. «Mentre la Defensoria Publica, che dovrebbe essere a fianco dei cittadini, neanche si presentava alle audizioni», racconta Thais Santi.
Certo, ci sono voluti 35 volumi per redigere lo Studio di Impatto Ambientale. Il via libera è arrivato in cambio di opere e programmi di compensazione (alcuni anche trentennali) pari a 4,5 miliardi di Real (oltre 1 miliardo di euro) sui 30 del progetto complessivo. Ma la stessa Ibama ha nel frattempo comminato ben 12 sanzioni per violazioni ambientali e altrettante il Ministerio Publico Federal per le ferite ai diritti indigeni. Chiunque sa ormai che per convincere le comunità native furibonde, la Norte Energia le ha sommerse di regali, alcol, telefonini, frigoriferi, barche e pick up. Un saccheggio sociale. «Si chiama etnocidio», insiste la procuratrice.
E poi c’è Altamira, che ha visto i propri abitanti crescere da 100 mila a 150 mila, 25 mila solo di operai del cantiere. La città ne è uscita sfigurata. Il paesaggio urbano è molto meno romantico dell’abituale calura appiccicosa dei tropici, il caos del traffico, le acrobatiche danze di tecnobrega e la quantità di corpi seducenti. La realtà è che i servizi sono collassati, gli affitti e i prezzi volati, risse e furti aumentati del 40%, prostituzione e traffico di droga come mai prima. «Un giorno Belo Monte sarà giudicato», ripete Thais Santi. E forse quel giorno non è poi così lontano.

Io Donna

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