Gli ebrei, il recinto, Venezia

Uno storico raffinato come Simon Levis Sullam prende a prestito l’immagine di Vienna del 1900 per definire Venezia «un’esperienza ebraica». Racconta quanto l’ebraicità si fosse sedimentata e avesse plasmato l’intera città (almeno) per tutta la prima metà del XX secolo, esprimendo figure importanti delle classe dirigenti, degli intellettuali, delle professioni e irrorando il disegno urbano e il suo corpo sociale. Venezia è (stata) davvero un’esperienza ebraica.
D’altra parte non poteva che essere così. Una manciata di secoli prima, in quel diabolico 1516, l’«Hazzer», il «recinto» come lo chiamavano gli stessi ebrei, vale a dire «il Ghetto», avrebbe marchiato a fuoco per secoli il lessico delle politiche urbane quando devono gestire maggioranze e minoranze culturali, etniche, religiose, nazionali. Nella commovente e testarda resilienza ebraica, quel Ghetto avrebbe dimostrato la possibilità di capovolgere un’infamia sociale e istituzionale in un giacimento cosmopolita e una fonte di bio-politica.
E’ attorno a questo filo rosso, ovvero un organismo urbano come «esperienza ebraica», che si snoda la mostra a Palazzo Ducale, Venezia, gli Ebrei e l’Europa. 1516 – 2016, visitabile fino al 13 novembre. Curata da Donatella Calabi, affiancata da un board di studiosi di diverse discipline, la mostra occupa gli appartamenti del Doge con «una ricostruzione attenta e dettagliata della vita degli ebrei dentro e fuori il Ghetto», spiega Gabriella Belli, direttrice della Fondazione Musei Civici che l’ha prodotta assieme al Comune, al Comitato per i 500 anni e alla Comunità ebraica (oltre al supporto di Regione, Venice Heritage, Save Venice, Fondazione Venezia e Fondazione Levi, tra le altre).
Dentro le dieci stanze del Doge si snoda un percorso cronologico e didattico (che tuttavia toglie il respiro immersivo che avrebbe potuto avere) fatto di documenti, libri, disegni architettonici, oggetti preziosi e ricostruzioni multimediali (firmate da Studio Azzurro), oltre ad una serie di dipinti provenienti dai musei cittadini (tra cui tele di Hayez, le sculture di Wildt, il Rabbino di Chagall) e stranieri, come i Carpaccio arrivati dal Louvre e da Brera o il Bellini da Besançon.
Uno sguardo lungo 500 anni. Forse troppo da contenere in dieci stanze. Ma capace di farci inciampare su alcuni nodi inevitabili. La natura della città, ad esempio, che accoglieva tra ‘400 e ‘500 come «profughi» gli ebrei in fuga dalla furia cattolica antigiudaica. E li poteva accogliere perché faceva proprio della prossimità (necessaria, inevitabile e pure strumentale) tra foresti la sua forza.
«L’apertura del Ghetto e la reclusione degli ebrei furono vissuti come male minore – spiega Calabi – E le porte che si chiudevano la sera finirono per trasformarsi in un’incredibile difesa» per la comunità che ci viveva. Non solo perché era un luogo poroso e immerso nel tessuto urbano, ma anche perché «pur nella precarietà dilagante disponeva di poteri e privilegi che gli permettevano di farsi ascoltare e di negoziare con l’esterno», come scrive lo storico Riccardo Calimani.
Il Ghetto diventava un micro-cosmo allo stesso tempo dolente ed effervescente. E la mostra ne racconta regole, scambi, abitudini, conflitti, abusi e ritualità, ma anche tutto il vigore economico e culturale.
Dopo che le porte del Ghetto furono abbattute e bruciate, Venezia si riconobbe in un’altra esperienza ebraica fin dentro il Novecento. Il plastico di Egle Trincanato, ritrovato allo Iuav (e di recente là esposto), con tutte le costruzioni “moderne” sorte nella città lagunare, rivela la vasta impronta ebraica di famiglie, di committenti e di architetti finalmente liberi di “fare” e di “essere” la città. Fino a quando arrivò il tempo di una nuova infamia. E qui la mostra non poteva che fermarsi.

Corriere del Veneto

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