Artisti cubani ribelli al déjà-vu

luglio 3, 2016

Alcuni anni fa Humberto Díaz ha installato un autobus in bilico sul tetto di un edificio dell’Avana. Si può “stare” a Cuba proprio così, in quel luogo accidentato tra il possibile e l’impossibile, sembra dirci questo artista quarantenne: «All’inizio tutti si spaventano, dicono che è impossibile. Alla fine si fa, quasi sempre».
Forse è questa la chiave di Cuba. Tatuare la storia, la mostra che sarà al PAC di Milano il 5 luglio fino al 12 settembre. Giacomo Zaza e Diego Sileo portano infatti una importante collettiva di artisti cubani come non si vedeva in Europa da vent’anni. Sarà che arriva dopo lo storico disgelo con gli Usa e l’avvio euforico di un ciclo di riforme, fatto sta che l’evento di Milano va al di là dell’indiscutibile valore artistico, perché finisce per offrire un’arena alla parte più effervescente della società civile cubana.
31 autori e più di 100 opere, la gran parte site-specific, un intervento al Mudec e tre sere di performance live, l’omaggio a due grandi scomparsi, Félix González-Torres e Anna Mendieta. Un viaggio «che parte dalle vitali radici di fine anni ’70, affronta le rotture degli ‘80 e si apre a tutta la nuova migliore scena artistica», spiega Sileo. Più di metà degli invitati saranno presenti a Milano, vivranno assieme e incontreranno il pubblico in più occasioni. Isolani ed esuli, critici, dissidenti o meno. «Certo, negli ultimi anni abbiamo molte più possibilità di muoverci e di incontraci – riflette Carlos Martiel, classe 1989, perfomer celebrità di stanza a New York da tre anni – Ma qui ci sarà davvero un insieme di voci, di pratiche e di sguardi che ha ben pochi precedenti».
Cuba è ormai sotto i riflettori di galleristi e collezionisti internazionali, che cominciano ad aprire spazi nella capitale e portano opere nelle più prestigiose fiere d’arte e pure da Christie’s o Sotheby’s. I nomi più noti, Wilfredo Lam o Félix González-Torres sono già stati battuti a oltre 4,5 milioni di dollari e si fanno avanti artisti che superano la soglia dei 100 mila euro, con alcune eccezioni come Tomás Sánchez e Julia Larraz , il primo anche oltre i 600 mila. Un mercato in movimento, dunque. E con artisti capaci di stare su registri alti e inaspettati.
Prendete Martiel: è capace di esibire il corpo come un campo di battaglia. Al PAC lo vedremo immobile con una freccia conficcata. In altre occasioni si è cucito medaglie e tiranti, si scarnifica e si tatua «perché il mio corpo è l’unica cosa che possiedo», sussurra. Da lì passano molti dolori sociali: «mi interessa la tensione che produce la resistenza e l’inquietudine in chi guarda».
Uscire dai cliché, ci chiedono questi cubani: mettere a fuoco lo sguardo oltre la retorica che l’isola produce dalla fine degli anni ’50, stringendoci tra mito e repulsione. Ad esempio, guardare oltre il compasso tra chi è rimasto e chi è fuggito. Oggi Cuba è un andirivieni e i suoi artisti sempre più cosmopoliti. Javier Castro vive tra l’Avana e Miami, Los Carpinteros fanno su e giù con Madrid. Antonio Fernandez, detto Tonel, classe 1958, da 11 anni vive a Vancouver: a Milano tappezzerà le pareti coi suoi disegni «attingendo a Gramsci, alla modernità del suo pensiero – racconta – all’idea della politica come connessione sentimentale, che per me passa prima di tutto per il nome che ci accomuna, Antonio, lo stesso di mio padre e di mio nonno».
Pur così diversi, gli artisti invitati al PAC hanno in comune molte cose. Ad esempio la formazione nell’Isa, l’Istituto Superiore d’Arte, che col tempo è diventato inevitabilmente un laboratorio di critica sociale e di pratiche di libertà. Qui è ribollita a metà degli anni ’80 un’arte irriverente e coraggiosa, che la generazione successiva ha affinato con una poetica chirurgica. Sono le foto di Ricardo Miguel Hernández (classe 1984) sulle stanze asfissiate dalle fumigaciones per la disinfestazione degli edifici. Reinier Nande Pérez (1979) crea installazioni sonore nel tentativo di «rompere la ciclicità» della realtà cubana «che è un déjà-vu», dice. Wilfredo Prieto (1979) espone una vetrina alta e stretta, quasi sul punto di frantumarsi. Susana Pilar (1984) si fa stirare la chioma afro dalla madre con un ferro arroventato, unico mezzo disponibile, efficace e pericoloso.
Tutti hanno a che fare con due matriarche: Ana Mendieta e Tania Bruguera. La prima, mandata a 12 anni dai genitori negli Usa con gli aerei dell’operazione Peter Pan, moglie di Carl André, muore nel 1985 “cadendo” dal 34 piano: la sua poetica si affanna a ricongiungere i pezzi di una biografia interrotta e di radici scassinate. Tania Bruguera, vera e propria icona, lavora con le sue performance pubbliche sulle contraddizioni del potere, usando l’arte come pratica costituente. «Con loro – riflette Giacomo Zaza – abbiamo un corpo dialettico collettivo che si fa coro».

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3 Risposte to “Artisti cubani ribelli al déjà-vu”

  1. pulsartist Says:

    Oltre ogni retorica ✊🏻


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