Colombia. La paura oltre la guerra

luglio 10, 2016

Francisco Gaviria detto Pacho se lo vanno a prendere in centro a Medellin negli uffici della cooperativa dove lavora. E’ il 10 dicembre 1987, giorno di chiusura per inventario. Bussano alla porta, sono vestiti da poliziotti. Il corpo di questo giovane leader universitario verrà trovato qualche settimana dopo. I segni della tortura, un colpo di pistola alla testa, mani e piedi legati col fil di ferro.
Bernardo Jaramillo Ossa è in piena campagna elettorale, corre alla Presidenza della Repubblica dopo l’assassinio di un altro candidato, Jaime Pardo Leal. E’ all’aeroporto di Bogotà il 22 marzo 1990, sta andando a Santa Marta. Gode di grande simpatia, un sondaggio gli ha appena dato un milione di voti. Ma il ragazzo che gli viene incontro nasconde sotto il giornale una mitraglietta. Per quei quattro colpi mortali, si saprà dopo, riceve 300 mila pesos.
E’ in auto sull’Autopista Norte il 7 maggio 1996, Aida Avella Esquivel. E’ il volto più noto del partito. Un veicolo la supera. Quando si accorge che uno dei passeggeri ha un bazooka in mano, chiama Radio Caracol e urla in diretta che la stanno assassinando. L’auto è colpita ma ne esce illesa per miracolo. A quel punto lascia la Colombia per 17 anni.
Pacho, Bernardo e Aida hanno una cosa in comune: sono militanti della UP, la Union Patriotica. Si stima che la UP abbia seppellito 5 mila fra attivisti e dirigenti. Documentati sono 3136 omicidi compiuti e 290 tentati, 514 desaparecidos, 130 casi di tortura. «Un genocidio politico», lo definiscono sopravvissuti e familiari delle vittime. Il partito non è scomparso. Da due anni ha riottenuto la personalità giuridica, tolta quando non ha più avuto rappresentanti nelle istituzioni. Tutti assassinati o fuggiti.
Potrebbe essere liquidata come una delle pagine brutali del Novecento colombiano. Eppure la UP oggi è evocata da tutti. Perché? Bisogna andare all’Havana, Cuba. E’ qui che il 23 giugno si è ufficialmente chiusa la più lunga guerra del continente, quella tra lo Stato colombiano e i guerriglieri delle Farc.
Sono passati 62 anni dal primo assalto dell’esercito a un piccolo gruppo di contadini comunisti in armi e 52 dalla nascita delle Farc. Ci hanno provato quattro volte a dialogare, alla quinta sono rimasti seduti 1346 giorni riuscendo a mettere la parola fine. La sfida ora sarà gestire una transizione lunga e piena di trappole.
Ecco perché tutti ricordano la UP, il vero fantasma in un paese che di fantasmi è infestato. «Qui le cose si ripetono. Persino con gli stessi gesti e le stesse parole. Ogni volta ci sembrano nuove e tutto ricomincia da capo», scuote la testa Ana Gaviria, sorella di Pacho.
Bisogna tornare a trent’anni fa. Un uomo conservatore, tentennante e incauto, Belisario Betancur, vince le elezioni nel 1982. Si lancia, solo coi suoi emissari, in veri negoziati con i gruppi guerriglieri. Tutto fila liscio e due anni dopo si brinda a un accordo-quadro. Da là nasce la UP. Un partito che mette insieme pezzi di società civile, attivisti sindacali e contadini, intellettuali, il partito comunista e i guerriglieri che via via escono allo scoperto.
In poco tempo la UP si prende la scena. Nel suo momento clou conta decine di sindaci, centinaia di consiglieri municipali, 9 senatori e 15 congressisti. Nel 1986 prende 328 mila voti. Iván Márquez, l’attuale capo-negoziatore delle Farc, in quell’occasione è eletto deputato. «Non abbiamo mai pensato di rovesciare lo Stato, ma di spingere a riforme per la terra, i diritti, la democrazia», dice amara Maria Cepeda Castro, figlia di Manuel, l’ultimo senatore freddato a Bogotà nel 1994.
Coi suoi accordi Betancur spaventa le élite politiche e militari, i latifondi e la grande industria. «L’obiettivo? seminare terrore. I metodi? quelli di sempre, fin dai tempi della colonia. Persino gli squartamenti sono gli stessi, solo che ora usano la motosega», ricorda Luz Helena Cardona, sorella di Diana, desaparecida il 26 febbraio 1990 mentre è sindaca di Apartadó.
A quel tempo è nata la UP. Ora, si dice, potrebbe nascere il Frente Amplio por la paz, una coalizione di sinistra in cui le Farc possono atterrare alla vita civile. Le cose si ripetono. La morte ad esempio: più ci si è avvicinati alla firma, più si si è accesa la violenza contro attivisti e leader comunitari. Nel corso del 2015 secondo la Defensoría del Pueblo sono stati minacciati 628 attivisti per i diritti umani, 472 sindacalisti, 231 giornalisti. Nello stesso anno, l’Onu ha documentato 69 omicidi politici.
La macelleria del Novecento colombiano inizia in realtà nel 1948, nella guerra tra liberali e conservatori. Un decennio che tutti chiamano semplicemente la Violencia. Una volta finita, entrambi pensano bene di reprimere nel sangue i campesinos che si stanno organizzando fino a difendersi a loro volta in armi. Come allora, anche con la UP il lavoro sporco lo fanno i gruppi paramilitari, assieme alla polizia politica, con la complicità e il supporto dei militari. «Ormai facevamo attività politica nei cimiteri», ricorda sempre Aida Avella Esquivel.
Non c’è niente di eroico nelle storie della UP. Ma la tenerezza di chi subisce gli eventi e la tenacia di cercare la verità. Nel 1986 la guerriglia abbandona il dialogo e ritorna armi in mano. Crolla tutto ma la UP continua alla luce del sole. «E quando le Farc si ritirano in montagna, lasciano i civili e i militanti di sinistra in balia della mattanza», è duro Bernardo Jaramillo Zapata, figlio dell’ex-candidato presidenziale. Cosa potevano fare, gli chiediamo, seduti al bistrot del Ferrocarril di Medellin. Scuote la testa, questo giovane avvocato dai modi dolci e del tutto simile al padre.
I paracos, come i colombiani chiamano con disprezzo i paramilitari, ci sono. Al soldo di chissà chi, controllano il narcotraffico e si occupano di «chi è nella lista», come dicono qui. I bersagli migliori sono attivisti per i diritti umani e leader contadini, sindacali e delle comunità afro. O fanno limpieza social, puliscono i quartieri da chi sgarra, che siano spacciatori, prostitute o gay. All’epoca della UP sono le AUC, le cosiddette unità di autodifesa. Ora si fanno chiamare Bacrim o Aguilas Negras o Urabeños. Sono i residui della smobilitazione negoziata nel 2003 e 2004 dal presidente di destra Alvaro Uribe, che ora è in prima linea contro gli accordi dell’Havana.
E’ per questo che uno dei sei punti su cui poggia la firma del governo e delle Farc, forse il più difficile da districare, parla di agibilità politica, sicurezza per chi tornerà alla vita civile, giustizia di transizione. E la fine del paramilitarismo, ovvero la zona più opaca tra Stato e illegalità. Il ricordo della UP continua a bruciare. «Ma cosa ci fa paura, ormai?», si chiede Marta Soto, sorella di Jorgi, un attivista scomparso nell’85 in centro a Medellin e lei stessa ripetutamente minacciata in questi anni. «Nessuno piange più. Io piango da sola senza farmi vedere».
La Corte interamericana dei diritti umani si è già espressa più volte, condannando lo Stato per complicità o per non aver garantito l’incolumità. Oggi quelli delle Farc sanno che non è solo questione di assegnare una scorta. Anche ai tempi della UP ce l’avevano in molti, «un misto di poliziotti e di servizio d’ordine. Ma per la maggior parte gli omicidi sono avvenuti proprio in combutta con le guardie del corpo», racconta Consuelo Arbeláez, vedova di Gabriel Jaime Santamaria, deputato regionale di Antioquia, colpito a morte nell’89.
Dal 2007 al 2011 sono state emesse dai tribunali colombiani solo 137 sentenze sugli omicidi di membri della UP, il 91% finito senza colpevoli. Oggi una nuova condanna sta per incombere sullo Stato sempre dalla Corte interamericana rispondendo a una denuncia di oltre 1300 familiari.
Lo Stato dovrà chiedere perdono durante una cerimonia solenne. E’ già successo e ogni volta la gente si ferma in silenzio di fronte alla tivù. «Le nostre vite sono cambiate per sempre – dice Bernardo Jaramillo – Anche la mia: avrei potuto studiare all’estero, fare un’altra carriera, piangere di meno, come qualunque figlio dei mandanti e dei loro complici».

l’Espresso

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