Nuovi collezionisti. Fiuto, rischio e amore

luglio 11, 2016

Dietro al titolo poetico Quand fondra la neige, où ira le blanc, quando si scioglierà la neve cosa ne sarà del bianco, non si cela una mostra qualunque: al Museo Fortuny di Venezia infatti fino al 10 ottobre si potrà visitare una straordinaria collezione d’arte di un privato. Il proprietario è un signore schivo, un modenese di poche parole e una solida cultura. Un imprenditore che produce servizi di sterilizzazione nel settore sanitario. Colleziona solo opere di arte contemporanea, sceglie tra i più bravi artisti in circolazione e spesso sconosciuti, senza temere di portarsi a casa opere difficili e temi ruvidi. Nessun compiacimento al mainstream e una postura disincantata rispetto al mercato dell’arte: «Metto a disposizione la mia collezione solo a istituzioni pubbliche – ci racconta – Credo in uno spazio culturale pubblico cui dare il mio contributo».
Enea Righi è il profilo perfetto di una nuova generazione di collezionisti che si è fatta spazio. L’età non c’entra: sono «professionisti o imprenditori, di basso profilo pubblico, che scoprono l’arte contemporanea come qualcosa di illuminante e che investono in nuovi artisti», spiega Daniela Ferretti, raffinata direttrice del Museo Fortuny.
Un mondo piuttosto sconosciuto, abituati come siamo ai magnati che fanno incetta di capolavori nelle grandi case d’asta (quando non ne sono direttamente proprietari), accompagnati dai fasti del jet set, forti delle loro Fondazioni e con in tasca pezzi di città dove metterle in mostra.
A Nordest, il volto più famoso è quello di Giorgio Fasol. Veronese, commercialista, ha accumulato nel tempo una delle più belle collezioni private italiane, una parte della quale è in mostra a Siena (Che il vero possa confutare il falso, fino al 16 ottobre). E’ stato lui il primo a comprare in Europa un’opera di Tino Sehgal, il più difficile e immateriale tra gli artisti contemporanei, Leone d’oro alla Biennale di Venezia 2013. Solo che Fasol gli ha comprato una “performance” nel 2003, quando Sehgal era quasi sconosciuto. Così ha fatto con il 90% delle sue acquisizioni. «Il collezionismo per me è un atto d’amore», ci dice. L’ultima opera l’ha acquistata a Giulia Cenci, un’artista under 30. Oggi è l’unica italiana in residenza al De Ateliers di Amsterdam.
Chi sono dunque questi nuovi collezionisti? Per quasi tutti gli esordi sono casuali, puntano magari a un artista famoso che amano, per poi scoprire che oltre agli evergreen c’è un mondo che freme, fatto di giovani talenti: «E là si lanciano, studiano, si commuovono, uniscono il fiuto di imprenditori con le loro corde: rischiano», dice la direttrice del Fortuny, che a loro vuole dedicare un ciclo di mostre.
A Nordest il terreno è fertile. E a volte sono vere sorprese. Ai piedi del ponte strallato di Porto Marghera, in uno dei nuovi edifici direzionali, Giovanni Brancalion Spadon e Sebastiano Angelo Scarpa hanno aperto Porto4, uno studio legale per consulenze ambientali. «Fin dall’inizio lo abbiamo pensato come uno spazio espositivo», raccontano. Invitano degli artisti che li convincono «a pelle», dicono, e ne comprano le opere. L’ultimo è Giuseppe La Spada, unico italiano ad essere insignito del Webby Award (l’oscar in internet) per un lavoro realizzato con il compositore Ryuichi Sakamoto. «Siamo avvocati e appassionati d’arte – dicono – Abbiamo studiato all’estero tra Stati Uniti e Londra e là abbiamo capito come fosse possibile tenere insieme le due cose».
Chi tra i primi ha scommesso su questo nuovo mercato di compratori è la Galleria Massimodeluca a Mestre. Fondata nel 2012 da Marina Bastianello e Massimo De Luca, alla fine di una stecca di loft in via Torino, ha scelto fin da subito un target preciso di collezionisti e di artisti giovani, italiani e stranieri. E’ anche una delle rare gallerie in Italia che ospita artisti in residenza. I loro clienti sono proprio imprenditori e professionisti, «curiosi e appassionati, che hanno voglia di investire in emergenti a prezzi di medie dimensioni», ci spiega Marina Bastianello. Il successo è arrivato «costruendo visibilità e fiducia».
Ma come si muovono questi collezionisti 2.0? «Frequentano fiere e gallerie. Raramente si affidano a curatori e critici, come un tempo. In ognuno prende vita un originale percorso di ricerca – spiega Daniela Ferretti – E tra loro formano una comunità». «Ma è comunità piccolina, almeno tra quelli che ci frequentiamo – sorride Fasolo – In realtà ce ne sono molti di più e sconosciuti. Il fatto è che siamo dei solitari».
Lo confermano le iniziative di ArtVerona che dall’anno scorso ha lanciato un fondo di acquisizione di opere di 50 mila euro, coinvolgendo una decina di collezionisti. L’idea è che comprino ogni anno opere per poi esporle in strutture museali pubbliche. «Il successo si misurerà nel tempo. La prima edizione ha comunque funzionato perfettamente», dice Fasolo che è anche nel comitato di indirizzo. Originale è il tentativo di costruire una rete tra loro e di farli muovere assieme. Che il mercato funzioni lo dicono anche i dati di Veronafiere: nel 2014, ArtVerona ha segnato un +21% di espositori e un +30% di collezionisti. Le opere più ricercate vanno da qualche migliaio di euro ai 100 mila.
Una seconda conferma su questo profilo di cacciatori d’opere ce la dà anche Francesco Longo, private banker a Fideuram che sta seguendo molti di questi collezionisti e ha visto negli ultimi anni crescere in Veneto le richieste di servizi sia assicurativi che di stima del patrimonio, oltre che di consulenze all’investimento. «E’ di sicuro un mercato in crescita – spiega – Il che ha costretto anche le nostre figure professionali ad attrezzarsi di fronte ad una inedita e precisa domanda di mercato». Ma alla fine è un buon investimento? «Sì, ne sono convinta perché l’ho sperimentato di persona», assicura Marina Bastianello. Anche per Longo è così: «Certo che lo è. Ma bisogna essere accorti, avere propri esperti e un buon background. Ho conosciuto anche molti che si sono visti sottostimare opere per decine di migliaia di euro». La scommessa è aperta.

Corriere Imprese

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