Al Victoria&Albert non tramonta mai il sole

agosto 2, 2016

E’ davvero un momento magico per il Victoria and Albert Museum. Il premio quale miglior museo dell’anno, ricevuto il 4 luglio dall’Art Fund lo ha solo confermato. Nel ritirare le 100 mila sterline di premio, il direttore Marc Roth non ha avuto dubbi: «faremo rivivere dopo 40 anni il leggendario Circulation Department per far arrivare le nostre collezioni nei musei regionali, le gallerie, le scuole d’arte del paese». Il che spiega molte cose del successo conquistato: il V&A sembra una fabbrica di legami, tesse l’alto e il basso, il centro e la periferia.
Volgetelo su scala globale e lo troverete a Shenzen, partner della China Merchants Shekou Holding, una controllata del colosso statale China Merchants Group, in quello che già si annuncia come una delle meraviglie del 2017, il Design Society.
A metà luglio un altro annuncio: per la prima volta lo Smithsonian investe in modo permanente fuori dagli Usa, e ha scelto il V&A per aprire uno spazio nel Queen Elizabeth Olimpic Park, a East London, già sede dei Giochi 2012.
Si avvera il sogno di Alberto, consorte della Regina Vittoria, quando utilizzò i proventi della prima Expo Universale del 1851 per disegnare la Londra delle arti, in cui doveva spiccare la manifattura della bellezza. Oggi il V&A è considerato un modello per qualunque istituzione museale.
Ma cos’è il V&A? Persino definirlo un museo di «arti applicate» sembra inadeguato, qui le definizioni diluiscono e questa è un’altra delle ragioni del suo successo. Il V&A ha saputo far dialogare dipinti, calchi, cartoni di affreschi con moda, high-tech, manifattura, arte di comunità. Qui agli artisti in residenza viene chiesto di rileggere le collezioni iniettando «fresh ideas». Così «si discute di nuove frontiere tra il fisico e il digitale», racconta a pagina99 Bill Sherman, capo dipartimento Collezioni e Ricerca. Un team di curatori curiosi (cui viene chiesto per policy di avere «generosità, immaginazione, coerenza e rigore») può creare una mostra sugli «oggetti disobbedienti», quelli usati nelle rivolte di strada e allo stesso tempo una retrospettiva sullo stilista Alexander McQueen da 493 mila visitatori. Bill Sherman non ha dubbi: «La formula è un mix di cose, prima di tutto il rispetto e la reinvenzione della mission originale». Il che significa essere un laboratorio permanente. La sua collezione, che ormai tocca i 2,3 milioni di pezzi, cresce ogni anno. Grazie a continue donazioni e a una politica di acquisti che non si è mai fermata: tra il 2014 e il 2015 sono arrivati quasi 15 mila nuovi oggetti, per un valore di oltre 7 milioni di sterline. Il pubblico ha risposto entrando in 3,7 milioni l’anno scorso, vale a dire più di 6,3 milioni di sterline di soli biglietti.
Perché il V&A è anche un mix d’ingegno tra curatori e manager. Oltre metà budget si regge su fondi privati, un complesso sistema di charities, fondazioni, crowdfunding (solo le donazioni sono state 16,8 milioni di sterline). Un sistema capace di generare da solo un volume di 70 milioni di sterline. L’altra metà sono fondi pubblici, i GIA (Grant in Aid), pari a 31,1 milioni di sterline. Anche se in diminuzione da anni (tra il 2013-2014 erano 8 milioni in più), questo dimostra che «il sistema pubblico ha un ruolo vitale nel generare politiche culturali – sottolinea Sherman – C’è un grande dibattito sul tema ma è un punto pressoché condiviso da tutti».
A questo punto è molto più semplice capire l’accordo siglato con il colosso cinese CMSH. A Shekou sta per essere ridisegnata infatti un’intera area dove sorgerà il Sea World Culture and Arts Center firmato da Maki&Associates, qualcosa come 70 mila mq per un investimento di 152 milioni di dollari. All’interno sorgerà il Design Society, dove la V&A farà transitare le proprie collezioni ma soprattutto agirà da «consulente in management e formazione», spiega a pagina99 Luisa Mengoni, capo progetto di stanza a Shenzen. L’idea è di aprire un vero e proprio hub nella nuova Cina creativa. Un’operazione che non ha paragoni con i progetti portati avanti da altri musei. Dice Sherman: «Non vogliamo esportare il brand V&A in giro per il mondo e farci casa». Per far questo bastano le 8 le mostre in tour in 13 sedi di 5 paesi. Una è anche a Venezia, progetto speciale alla Biennale di architettura, A world of fragile parts (fino al 25 novembre).
Continua Mengoni: «La sfida è far emergere le nuove generazioni di creativi cinesi, la loro manifattura e il loro design high-tech nato in un ecosistema estremamente agile, interconnesso e versatile». Un cambio di paradigma dunque: «E’ un modello unico ed innovativo di collaborazione».

pagina99

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