Addio guerriglia: la scommessa delle donne

agosto 21, 2016

Il medico di campo è una ragazza con grandi occhi neri, un nastro rosa alla fine di una lunga treccia, un anello con una pietra azzurra e le unghie laccate di blu. Stringe la siringa e inietta l’antibiotico nella natica di un commilitone steso e silenzioso. La leishmaniosi non è così rara, bisogna curare l’infezione. La doctora, come tutti gli altri, indossa la sua divisa verde oliva. E’ una guerrigliera delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie di Colombia, che dopo 52 anni stanno per lasciare le armi. Forse continuerà a fare la dottoressa quando si toglierà per sempre la divisa e lascerà la selva del Meta. Chissà come sarà la sua nuova vita da civile.
Ognuno dei 7200 miliziani se lo sta chiedendo: il 23 giugno scorso i vertici di governo e Farc hanno siglato il cessate il fuoco bilaterale e definitivo. A migliaia a Bogotà sono scesi in piazza, increduli, a festeggiare. A settimane si attende la firma degli accordi, dopo quasi quattro anni di negoziati all’Avana, con il supporto di Cuba e Norvegia e accompagnati da un andirivieni diplomatico. Ci sarà un referendum: il prossimo anno i colombiani dovranno decidere se davvero si chiude una pagina ben più lunga delle Farc, che ormai conta un secolo di violenze inenarrabili.
La contabilità del terrore qui è la scienza più imprecisa, ma alcuni numeri ricorrono uguali: 6 milioni di desplazados, i profughi interni per la maggior parte donne e bambini; 220 mila vittime, di cui 181 mila civili inermi; 150 mila assassinati selettivamente; oltre 27 mila sequestrati; 10 mila colpiti dalle mine; migliaia gli stupri.
Non è il primo caso di smobilitazione in Colombia. Negli ultimi trent’anni questo è il decimo. Dopo le Farc resterà solo un gruppo, l’Eln (Esercito di liberazione nazionale), dei 12 che scorrazzavano per il paese e anche con quest’ultimo il dialogo è già avviato. «Pochi paesi hanno più esperienza in guerra civile e conflitti armati come noi, però nessuno ha più esperienza in processi pace», racconta Claudia Lopez. Senatrice per Alianza Verde, politologa, è diventata famosa quando lavorava come giornalista investigativa, facendo emergere le connivenze e gli appoggi tra politici, narcos, paramilitari e grandi imprese. Critica del governo di Juan Manuel Santos, è tra le più attive nel sostenere gli accordi di pace.
Accordi che hanno seguito un’agenda di 6 punti, dalla giustizia di transizione alla fine del paramilitarismo, dalla questione della terra, al reinserimento degli uomini in armi. Uomini e donne, a dire il vero: è stata quasi una sorpresa scoprire che quasi metà delle Farc sono donne. E se per tutti sarà difficile ritornare alla vita civile, per le guerrigliere lo sarà ancora di più. Avranno una doppia lettera scarlatta con cui fare i conti. Mai sconfitti dall’esercito, guardati con sospetto o apertamente detestati da gran parte dei colombiani, soprattutto delle città, caricaturati dai media ben oltre la brutalità delle loro azioni di guerra, questi miliziani sanno che dovranno contendersi ogni spazio di vita. E le donne ancora di più.
«Di sicuro non ripeteremo quello che è già successo – ha ribadito Viviana Hernandez, che fa parte della delegazione delle Farc all’Avana – Ogni volta le donne tornavano a lavare i piatti, ad accudire i figli, brillando per la loro assenza nei luoghi dove si prendono le decisioni». In fuga o convinte, per dolore o per rabbia, le donne che si sono unite alle Farc hanno di sicuro vissuto un’esperienza di emancipazione, dicono tutte.
«Abbiamo le stesse armi, carichiamo gli stessi pesi degli uomini, a volte abbiamo molta più forza di loro», ha raccontato Victoria Sandino. Sono da sempre in prima linea a combattere o nei servizi di logistica o anche al comando delle truppe. Solo una regola ferrea: non avere figli. Da qui la vox populi sulle donne costrette ad abortire. Chiunque di loro ti spiegherebbe che «è impossibile avere un bambino in quelle condizioni, se lo vuoi tenere non puoi anche combattere».
Nella pagina web, aperta da poco per far sentire la loro voce (http://www.mujerfariana.org), si incontrano storie come quelle di Andrea: combatteva con il suo compagno Arturo e avevano una figlia che andava a trovarli nei giorni di qualche festa, per Natale o capodanno. Diventata adolescente e morto in combattimento il padre, la ragazza ha preferito andarsene dal paese. Altre donne raccontano di figli messi al sicuro da famiglie di campesinos fidati. C’è chi non vede l’ora di ritrovarli. C’è pure non li ha più visti dopo qualche retata. Altri li hanno reincontrati, ma con addosso i micro-chip per spiare i loro genitori guerriglieri.
Claudia Lopez ha appena pubblicato Adios a las Farc. Y ahora qué?, un libro-inchiesta in cui incrocia centinaia di dati e di fonti, per valutare i precedenti accordi di pace «quasi tutti un insuccesso o non rispettati», sottolinea. E prova a tracciare un quadro articolato di politiche da mettere in campo, con tanto di stime di investimenti per ogni voce. «Sarà un enorme sforzo di democrazia – dice – per trasformare questo paese che è sempre stato un orangutan in frac: uno Stato debole con un sistema politico forte di corruzione, frodi, ingiustizia, violenza, esclusione sociale. Le Farc hanno preso in ostaggio la politica. Ora abbiamo l’occasione storica per riprendercela».

Io Donna

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