Dro, Centrale Fies: dall’energia alla cultura

ottobre 6, 2016

Fare cultura in una fabbrica dove si estraeva energia dall’acqua. Stare in un lembo di montagna franato alla vigilia di una glaciazione e ora folto di arbusti, da cui ogni tanto spuntano le marocche, i frantumi del costone. Per poter dire cosa sia veramente Centrale Fies, bisogna osservare il luogo. E ciò che evoca. Solo così si può capire perché qui, in un’ansa sperduta delle montagne trentine, ci sia uno dei più prestigiosi hub di performing arts, la più metropolitana tra le pratiche artistiche.
A metà strada tra Riva del Garda e Trento, seguendo le linee dinoccolate delle strade di montagna, passando i paesini con i campanili dalle punte lunghe e aguzze, attraversando vigneti e boscaglia, si arriva a Dro. «Benvenuti in un margine – ci accoglie Virginia Sommadossi di Centrale Fies – Persino gli oliveti sono gli ultimi prima che il clima cambi per davvero».
Ci sono voluti tre anni per costruire la Centrale Fies. Entrò in funzione nel 1909. Le sue turbine nascoste in un elegante edificio asburgico raccoglievano le acque del Sarca. C’era necessità di energia elettrica. E così centinaia di impianti hanno finito per pullulare tra le montagne, sfruttando torrenti, fiumi e salti d’acqua. L’oro blu ha alimentato gli opifici e poi il sogno autarchico del regime e ancora il dopoguerra delle grandi industrie milanesi e di Porto Marghera. Le acque del Trentino Alto Adige hanno tenuta accesa mezza Italia.«E sono state anche l’incubatore del nostro di boom – racconta Ilaria Boccagni, della Holding Dolomiti Energia – Questa è una terra di contadini. Finite le dighe e le centrali, in molti hanno aperto le loro officine o le loro imprese edili».
Cos’è se non questo anche la Centrale Fies? In questi giorni il vociare di trenta tra studenti e docenti dell’Académie Royale des Arts di Bruxelles riempie le scalinate dell’edificio. E’ la residenza d’arte n.307. A ogni luglio una folla di curiosi e di appassionati si mette in coda per Drodesera, festival di arti sceniche e performative per vedere decine di artisti da tutta Europa. I Live Works allestiscono progetti di comunità con un bando internazionale. La Factory è una vera fabbrica di produzioni, ne hanno contate 286. Con Enfant Terrible entrano nelle scuole. Con Fies Core si intrufolano nelle aziende pubbliche e private. «Lavoriamo sull’immaginario» dicono: cioè non sull’immagine, né sugli oggetti. «Ci sembra tutto insufficiente – continua Sommadossi – Per questo attingiamo a pratiche inedite, proviamo a spostare i confini di quella che si chiama arte».
Non c’è niente di simile in Italia. Nonostante sia attiva solo dal 2000, quando Hydro Dolomiti Energia l’ha ceduta in comodato, la crew di Fies lavora fin dal 1981. «Al tempo organizzavamo un festival portando danzatori e attori nelle case, nei negozi, per le strade», raccontano Dino Sommadossi e Barbara Boninsegna. Con l’ammodernamento delle centrali, molti degli impianti si sono trovati con grandi spazi in disuso.
«Abbiamo restaurato pezzo per pezzo, un piano alla volta, rispettando la bellezza e i limiti dell’edificio». Sergio Dellan, l’architetto che li segue da sempre, ha ricreato un luogo dove spettacoli e produzioni, residenze e co-working possono convivere in 3 mila mq di interni e 5 mila di parco. «Ora il sogno è di restaurare il quarto piano e la torre con la sua enorme terrazza».
Ci sono voluti quasi un milione di euro finora, per metà finanziati dalla Provincia autonoma di Trento e per un terzo dall’impresa elettrica. Il resto da ciò che produce la fabbrica di immaginario, che per le attività attinge anche a contributi europei e del Comune.
Se il caso Fies è unico, la questione di come rigenerare gli spazi delle centrali è tuttora aperto. Nella monumentale centrale di Riva del Garda, allestimenti multimediali e sensoriali hanno reinventato il modo di far entrare il pubblico in visita. Nel Sud Tirolo, la holding Alperia ha trasformato la diga di Lasa-Martello in una spettacolare parete per arrampicata di 80 metri d’altezza.
Qui dove tutto corre su un margine, visibile e non, il recupero di questi impianti ricorda quando nel passato «si lasciavano le città, muovendosi da un paese all’altro e si usavano le case in rovina come ricovero notturno – ha scritto Luca Ruali sulla rivista sudtirolese Franz, a proposito della Centrale Fies – Gli edifici ai margini muovono le persone sul territorio, non sono le quinte di azioni umane, queste case sono gli autori che le generano».

Corriere della sera

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