Tancredi torna da Peggy

novembre 12, 2016

Peggy Guggenheim ne era convinta: «Tancredi è il migliore pittore italiano dai futuristi in poi». Era il 1973 quando scriveva queste parole, nove anni dopo la morte improvvisa di uno tra i suoi artisti più amati. A lui la grande collezionista americana aveva destinato uno studio nel suo Palazzo Venier dei Leoni e per lui aveva infranto una delle sue regole: come per Jackson Pollock, aveva stipulato un contratto facendolo entrare nei migliori circuiti d’arte.
Ora la Collezione Guggenheim di Venezia omaggia questo grande artista del dopoguerra, con la prima retrospettiva dal lontano 1967 (fino al 13 marzo, catalogo Marsilio). «Un dovere verso Peggy che tanto c’ha creduto e verso la città cui tanto era legato», dice il direttore Philip Rylands.
«La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba» ha inserito nel titolo Luca Massimo Barbero, il curatore: «Perché in quella frase c’è tutto lo straordinario della sua pittura che sembra un soffio d’aria».
Tancredi Parmeggiani era nato a Feltre nel 1927. Si era trasferito diciassettenne a Venezia per studiare al Liceo artistico. Nel subbuglio artistico del dopoguerra si era portato a Roma, ospite dell’americano Milton Gendel: fu quest’ultimo a fargli incontrare nel 1951 Peggy Guggenheim. Un incontro folgorante: quello stesso anno le regalerà Primavera, la tela dalle «piccole pennellate dritte in modo quasi incontrollato» che la collezionista donerà l’anno dopo al MOMA di New York.
Una consacrazione. E lui, affamato di novità, macinava stili e tendenze, esplorando dripping e puntinismo, astratto e informale, il tutto «a una velocità impressionante – spiega Barbero – e con una capacità unica nel sincronizzare testa e pennello». Lo testimoniano le opere in mostra, le tele ma anche gli splendidi disegni, che seguono gli sviluppi cronologici di una carriera fulminante.
Alla metà degli anni ’50, all’apice della sua parabola, il sodalizio con Peggy si ruppe ma non l’assoluta fiducia di lei nel valore e nel talento dell’artista feltrino. Lasciò Venezia con una serie di tele omaggio alla città, alle luci dilatate, ai vapori sull’acqua, le atmosfere ovattate. Un biancore baluginoso che nascondeva tuttavia quelle che di lì a poco diventeranno le campiture bluastre e i presagi bui che spingevano per uscire. Qualcosa aveva cominciato a rompersi dentro di lui.
Trasferitosi in Norvegia con la moglie, la pittrice Tove Dietrichson, da cui avrà due figli, Elisabetta e Alessandro, scoprì i verdi accesi e le notti lunghe.
Proprio il figlio Alessandro si aggira emozionato in mostra: «Mi sarebbe piaciuto conoscerlo da vivo, ma le sue opere mi parlano di lui – dice – So che lo definivano a volte genio e a volte folle». Di sicuro un mito, tanto era giovane e bello e osannato anche quando decise che non valeva più la pena di continuare a vivere.
Allora bisogna correre nell’ultima stanza, dove un altro Tancredi sempre in sintonia con la sua epoca si apriva ancora la strada a sperimentare. Le tele diventano collage netti, puliti, pieni di fiori, tramati di immagini, segni, garze e disegni sull’onda geniale di Robert Rauschenberg. In lui avevano un che di grottesco e forse non erano che i frantumi a precipitargli dentro. La donna ineffabile con la carrozza lanciata a tutta velocità che domina quasi il centro di Diario paesano del 1961 racconta un po’ anche la sua corsa. Che si concluderà tre anni dopo nelle acque limacciose del Tevere.

Corriere del Veneto

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