Nove, uno Smart Pottery Creative Park

dicembre 12, 2016

Si dice che in vista della Festa del Ringraziamento da Nove partissero ogni giorno per l’America interi tir carichi di vassoi di ceramica, piatti e suppellettili, decorati classici e con il gusto barocco per animali e riccioli. Con la grande crisi, le signore americane hanno stretto d’improvviso i cordoni delle borse e Nove si è trovata con i magazzini pieni e gli ordinativi in bianco. Poi, quando pensava di aver trovato un nuovo mercato, quello dei ricchi russi, le sanzioni sono state letali. Ed è arrivata una seconda batosta. Appoggiata al Brenta e ai piedi della Pedemontana, Nove sembra un incastro urbano di laboratori e villette, uno a fianco dell’altra. Oggi sono tante le villette rimaste orfane del proprio laboratorio ormai chiuso.
Hanno un’aria malinconica anche i vecchi show-room colmi di piatti, vasi, vassoi, sottopiatti, zuppiere, teiere e un’infinita oggettistica da arredo. Il mercato non passa più per queste wunderkammer. «Le imprese che hanno resistito e si sono rilanciate sono quelle che più hanno innovato in tecniche, design, materiali ricostruendo un senso al produrre ceramica», racconta Fabio Poli. «Qui c’è una filiera che non è mai riuscita a diventare distretto. Ognuno è rimasto solo e isolato». La sua Cibas rifornisce gli artigiani di impasti d’argilla e attrezzature ed è un ottimo punto da cui osservare la nuova «Città della ceramica», come si fregia Nove.
«E se mettessimo a valore tutto il territorio, come un unico distretto?», si chiede Emanuel Lancerini. Architetto, ricercatore, da alcuni anni si occupa dell’Hotel di famiglia, il “Le Nove”, un edificio gioiello, quattro stelle, consigliato Michelin, che è diventato un punto di riferimento per i giovani designer e ceramisti della zona. Da qui l’idea, capofila l’Università IUAV di Venezia: fare di Nove un Museo diffuso della ceramica. Anzi, «uno Smart Pottery Creative Park», come lo definisce Fernanda De Maio, docente all’ateneo lagunare. Vale a dire «un eco-sistema della ceramica creativo e intelligente». Quattro ricercatori, giovani esperti nei settori del design della comunicazione, del progetto urbano, dell’architettura e della tecnologia, hanno un anno di tempo per mappare il “distretto” e consegnare un progetto di massima. Per farlo, hanno a disposizione 110 mila euro, fondi europei FSE.
I partner? Tre aziende di ceramiche (Cibas, Stilnove e VBC), un hotel (Le Nove, appunto), la società di formazione di Confindustria Venezia (Sive), i Comuni di Bassano e Nove, il locale Museo. Pur diversi, tutti i partner-imprenditori del progetto sono figli di artigiani e il famoso passaggio generazionale è avvenuto seguendo le strade più curiose. Che siano a loro volta ceramisti, o che abbiano usato quel lavoro dei padri come un giacimento per inventare nuove professioni, poco importa. Alcuni di loro sono rientrati a Nove dopo anni vissuti fuori e da quelle esperienze hanno portato un nuovo expertise.
«L’idea è di creare una piattaforma, una agency che pensi l’intero territorio come risorsa», spiega Lancerini. Immaginate di mettere insieme artigiani, artisti, albergatori, ristoratori, associazioni, musei, imprenditori, designer: «significherebbe disegnare nuove e vecchie economie, un turismo dolce, la cultura come motore». Una sorta di distretto sociale smart.
Per capire le potenzialità del progetto bisogna entrare nelle fabbriche. Perché qui è da quasi 300 anni che il territorio si è pensato smart. Da quando almeno la Serenissima scommetteva su un artigiano di maiolica per fare concorrenza a Delft. Carlo Venzo, che assieme al fratello Francesco dirige la VBC, ci mostra l’antico forno rimasto inglobato nella fabbrica. «Il fuoco saliva attorno alle pareti interne, cuocendo così due piani di oggetti, quelli già smaltati in uno e quelli grezzi nell’altro», racconta. Dal punto di vista della tecnologia non è cambiato poi molto.
La VBC sta conoscendo una nuova stagione d’oro: il suo design che ammicca alla tradizione ma ne stravolge il linguaggio, l’uso di argille nere e grès, l’occhio ai mercati orientali e i new media, ne hanno fatto una delle imprese più innovative del settore. «Le forme irregolari di ogni oggetto sono impossibili da realizzare in serie. Per questo le produzioni sono rimaste artigianali e di grande qualità».
Una storia simile la raccontano anche Franco e Lorenzo Zanovello, che ci accompagnano nei 2500 mq della loro Stylnove, aperta dal padre Gianni nel 1967. Oggi collaborano con grandi designer, come Cleto Munari o sperimentano nuove linee tutte loro. Spiegano le tecniche che utilizzano e le sfide che ogni oggetto impone. Parlano delle stampe in 3D ad esempio come «uno straordinario ausilio, che non sostituiscono la lavorazione tradizionale ma creano forme audaci».
La Stylnove ha una quindicina di dipendenti. La VBC ne ha 36, è una delle aziende più grandi. La media gira attorno ai cinque ormai. Una filiera fragilissima. Ma a Nove c’è chi l’ha trasformata in una scommessa. Alla Terramica, Claudio Lancerini ha pensato di tenersi uno spazio di lavoro e di trasformare gli altri due piani in atelier per artisti e designer. Paolo Polloniato ne occupa uno. Figlio di maestri ceramisti, dopo l’Accademia di Belle Arti è andato a Bruxelles, che nella vita divide con Nove. Pol, come viene chiamato, è quella figura tra artista e designer che è una delle chiavi del futuro della “filiera” della ceramica e del progetto di Museo diffuso.
Non è l’unico caso. Alla Pivato l’intero stabile è stato affittato a un artista, Francesco Ardini, che lo condivide con un gruppo di appassionati di ceramica. «All’inizio, la proposta di prendere lo spazio per fare arte e non produzione è parsa strana. E ancora oggi il proprietario scuote la testa quando mi vede al lavoro», racconta divertito. Rappresentato dalle gallerie di Federica Schiavo, Ardini, trentenne, è considerato uno dei migliori artisti ad aver riscoperto la ceramica.
Allora si capisce il potenziale del progetto di Museo Diffuso. «Sarà una leva – dicono i fratelli Zanovello – Come per l’impresa anche per il territorio bisogna avere visione».

Corriere Imprese

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