culture, società

Verso un edificio vivente

Aveva meravigliato tutti nel 2010 il Padiglione del Canada alla Biennale di architettura di Venezia. Lo scultore e architetto Philip Beesley aveva costruito una vera e propria foresta dotata di intelligenza artificiale diffusa. Le fronde di creature vitree e trasparenti erano impregnate di filtri e filamenti interattivi che funzionavano per cicli di stasi e digestione. Sistemi di pompaggio aspiravano l’aria, l’umidità e materiali organici. Qualcosa di empatico tra macchine e umani capitava attraversandolo, perché i corpi innescavano reazioni di respirazione, deglutizione e scambi metabolici. L’architettura prendeva una piega senza precedenti.
Al di là dello spettacolare impatto visivo e sensoriale, in molti uscivano dal Padiglione chiedendosi quale potessero essere i risvolti reali per l’architettura. Beesley lo spiegava come una «architettura primitiva, una prima tappa che potrebbe portarla in futuro a possedere funzioni di auto rigenerazione».
Quello che si indicava come «futuro», in realtà, ha accorciato improvvisamente le distanze. Proprio una dei suoi disegnatori, Rachel Armstrong, che del Padiglione aveva seguito la parte chimica (Rob Gorbet si era dedicato a quella ingegneristica), era uscita da quell’esperienza con l’idea di realizzare davvero una architettura vivente.
Cinque anni dopo è la stessa scienziata, studi di medicina e docente di Experimental Architecture nell’inglese Newcastle University, a presentare qualcosa che potrebbe cambiare davvero e rapidamente il senso dell’architettura. Complice, tra gli altri, la Explora, un’impresa di biotecnologie, una delle più importanti in Italia e con sede a Venezia e a Roma. Proprio i veneziani erano stati chiamati dal team canadese per una serie di consulenze. E anche loro hanno accettato la sfida.
Hanno coinvolto una serie di partner in giro per l’Europa e strappato 3,2 milioni di fondi europei del programma Horizon 2020, per quello che hanno chiamato LIAR, o LA Project, sigla che sta per Living Architecture. L’obiettivo? «Realizzare un bioreattore di nuova generazione», spiegano gli scienziati coinvolti. Il bioreattore cui si riferiscono non è che un mattone vissuto da batteri, capaci di metabolizzare scarti e produrre energia. Come? «E’ capace di estrarre preziose risorse dai raggi solari, dall’aria e dalle acque di scarico e, a sua volta, di generare ossigeno, proteine e biomassa attraverso la manipolazione delle loro interazioni».
Sul prototipo ci hanno lavorato, oltre a Newcastle, altre due università, la West England e quella di Trento, insieme al Consiglio Nazionale di Ricerca di Madrid e a due aziende, l’austriaca Liquifer Systems Group e naturalmente la Explora. Il mattone prodotto è stato di recente presentato proprio a Venezia, dopo aver passato tutti i test da laboratorio.
Davide De Lucrezia, biologo e manager di Explora, ci accompagna nella sede di via Torino a Mestre dove il suo team, una decina di ricercatori, sta seguendo una serie di progetti, tra cui questo di architettura vivente. Racconta: «La materia prima sono i batteri. Sono loro la vera pila del reattore: quella che chiamiamo una pila a combustibile microbiologico». Dunque, queste colonie di microbi trattati per essere ancora più reattivi ed efficienti, riescono a usare le acque di scarico, le filtrano e le depurano, trattano i contaminanti. Nel loro lavorio producono energia che può essere rimessa in circolazione. Il mattone diventa qualcosa di vivo.
«Immaginate il risparmio prodotto in termini d’acqua, di costi di depurazione e di consumo energetico – spiega De Lucrezia – E ora immaginate se ci fosse una parete di mattoni di questo tipo o l’intera facciata di un edificio».
Essendo molto sensibile alle soluzioni saline, che potrebbero danneggiarne il funzionamento, non c’era migliore location di Venezia dove sperimentare il biomattone. Per questo il prototipo è stato realizzato con materiali di edilizia pieni di salso come si trovano nella città lagunare. Ed ha funzionato.
Ora la prossima sfida che aspetta gli scienziati europei è ricostruire, in situazioni urbane diverse per condizioni climatiche e ambientali, un muro o un intero edifico e monitorarne il comportamento. Un primo prototipo anche in questo caso è stato realizzato. Per il festival di Galloway gli inglesi hanno costruito i bagni chimici proprio con questa tecnologia. I batteri, lavorando sui reflui, sono riusciti a produrre energia per far funzionare gli impianti di luci e pompe. Tenendo conto che ci sono passate 10 mila persone, il test è considerato un successo.
Il fatto è che bisogna verificare sul campo se questa «economia circolare» funzioni davvero. Ed è quello che chiede il progetto europeo entro il 2018. Questo step delicato sarà essenziale per trovare poi una destinazione nel mercato e poter essere riprodotto in serie. Nel frattempo, una grande multinazionale di ingegneria come la Arup ha già espresso il suo interesse e sta seguendo da vicino le evoluzioni.
Per quali applicazioni concrete? «La prima idea sono gli insediamenti temporanei o di emergenza, come nel caso di campi profughi o zone terremotate, che spesso si trovano senza elettricità – racconta De Lucrezia – Ma se applicata ad interi edifici in situazioni urbane sarebbe una rivoluzione».
E aggiunge: «A differenza della tradizionale bio-architettura, qui siamo di fronte a qualcosa di intelligente, di vivo. Né è una questione di tecnologia pur avanzata come la domotica: non c’è qualcosa di meccanico che lo produca». L’architettura vivente invece «immagina che in un futuro prossimo la parete di un edifico autoregoli la luce del sole, la temperatura o la ventilazione o qualsiasi altra funzione vitale. Parliamo di informatica non convenzionale, perché il processore coinciderebbe col computer».
Che non sia fantascienza, ce lo ricorda Rachel Armstrong. Guardate sotto la città lagunare, ci dice, in quella architettura di pali che la sorregge: «E’ là che troviamo i primi mattoni viventi: alghe calcaree, biofilm che producono microorganismi, lepadi, ostriche, mitili e i tenaci vermi sabellidi. Selezionano i loro materiali da costruzione da queste brodaglie per formare robusti biocementi che legano tra loro le murature. E’ così che la città si tiene in piedi».

Corriere Imprese

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