Una terrazza sul mare di neve

dicembre 18, 2016

Il sentiero arriva fino alle grandi vetrate dove l’ingresso è sbilenco e sinuoso, inconfondibile firma di Zaha Hadid. L’ultimo dei sei musei della Fondazione Messner, inaugurato un anno fa, si muove dentro e sotto la montagna, dove la vetta non è che una piatta protuberanza a 2275 metri d’altezza. Si sbuca sull’altro versante, le tre finestre panoramiche si prolungano sul vuoto, che poi non è un precipizio ma un parapendio dolce e lungo. Qui nulla è scontato, né è mai come appare.
Plan de Corones, KronPlatz. Tra la val Badia, Valdaora e val Pusteria. Si vedono le Dolomiti di Linz a est, l’Ortles a ovest, dietro la Marmolada e di fronte le Zillertal. D’inverno il Museo si immerge dentro un cappotto di neve o fa capolino nelle giornate di nebbia densa o tra le nuvole basse che si muovono lente. D’estate ha l’aria sperduta di una cima glabra e desolata.
Il Sud Tirolo. Un crocevia: un tempo erano carovane, pellegrini e milizie. Ora sono frotte di turisti in tute termiche e occhiali high-tech che sembrano astronauti e brulicano nei 32 impianti di risalita e i 119 km di piste. E’ un paradiso di sciatori, parapendisti, deltaplanisti e camminatori infaticabili.
Non è un caso che Reinhold Messner abbia conficcato qui il suo museo. Anche i più critici, quelli che vedono l’ennesimo gesto dell’archistar in nome del marketing, non possono non pensare che sia stata un’anglo-irachena, amante dei flussi e delle incurvature, a firmare un’opera incistata su tre culture, quella italiana, quella tedesca e quella ladina.
Anna Quinz dirige a Bolzano una bella rivista digitale, Franz: «Chi si occupa di cultura si muove per flussi di idee e di legami: per questo mi piace l’idea di una scelta così internazionale. Noi preferiamo non parlare del confine. E non parlarne è una scelta, ci permette di smitizzarlo».
Il Sud Tirolo resta un gate, sontuoso ma non pacificato. A ricordarcelo, solo qualche mese fa, la minaccia dell’Austria di chiuderlo col filo spinato. «E allo stesso tempo in tre mesi 900 famiglie accoglievano migliaia di migranti – racconta Edi Rabini della Fondazione Alex Langer – E’ una terra leale: compatta quando deve negoziare la sua autonomia eppure ricca di scelte individuali libere».
La frontiera non esiste da tanti anni. Eppure vibra sempre. E per di più si muove impercettibile. I ghiacciai che la delimitano si ritirano e la spostano come uno scherzo del destino. Messner, che di limiti e confini se ne intende, ama ripetere: «Se vuoi spostare più in là i confini devi camminare adagio, con passo costante e pacato, a grado a grado».
I Curunes sono gli spiriti dei monti della cultura ladina. La corona è quella che il re dei Fanes cinse sulla testa della figlia guerriera Dolasilla. E’ una leggenda. Ma la Storia è un’architettura di guerre vere. Le stesse terrazze panoramiche che sbucano come bocche aperte dalla montagna non si sottraggono alle immagini di feritoie e torrette che escono dalle trincee scavate sotto terra. I cento anni dal primo conflitto mondiale precipitano tutti qui. Da quella guerra insensata qui ci si è ritrovati tutti italiani.
L’edificio di Zaha Hadid di lato appare incerto, quasi in bilico, sul punto di scivolare giù. Quando si entra, lo si percorre tre piani dentro le viscere e il tetto è un pezzo di montagna depositato sopra. Non c’è niente di paragonabile tra le Alpi. Racconta Antonio De Rossi, docente al Politecnico di Torino: «Per ritrovare una genealogia bisognerebbe risalire a Bruno Taut, che nel 1918 parlava di architettura alpina e voleva ricostruire le montagne dopo il massacro, con edifici visionari e utopici».
C’è sempre una sensazione di tensione in Sud Tirolo. Vale per la storia inquieta delle comunità linguistiche, vale quando si passeggia nelle vie perfette dei centri abitati; vale quando si sta sulla vetrata panoramica del Museo di Messner. E’ in tensione anche la bellezza mozzafiato che si vede da qui.
All’interno ci si immerge nelle sinuosità delle linee, l’infilata di tele sulle pareti inclinate, i corrimano fluidi, gli interni che si aprono e si chiudono come un respiro. Eppure è cemento quello che ricopre tutto, duttile e potente allo stesso tempo. Messner ha dedicato il Museo all’alpinismo. E alle sue tre regole d’oro: «niente ossigeno artificiale, niente chiodi fissi, niente comunicazioni». Zaha Hadid li ha interpretati come una chiesa laica. «Un luogo del silenzio e della decelerazione – lo descrive il celebre scalatore – uno spazio in cui lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre». Di là c’è il confine, immaginario e ineludibile.

Io Donna

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