Le duecento tavolette della scrittura

gennaio 29, 2017

Le scorribande su Palmira, le distruzioni compiute o minacciate del suo patrimonio storico e d’arte, sono riuscite a lacerare più di ogni altra immagine l’assuefazione alla catastrofe nell’opinione pubblica occidentale. L’archeologia può più della morte? Abituati a pensare che quello sia solo un inferno, ci si dimentica spesso dei vivi e del fatto che là ci siano alcune chiavi della nostra civiltà.
Devono aver pensato questo alla Fondazione Ligabue di Venezia, che dal 20 gennaio (fino al 25 aprile, nella Biblioteca di Palazzo Loredan dell’Istituto Veneto) per la prima volta mostra al pubblico una collezione unica di reperti provenienti proprio da quella terra che si stende da Aleppo a Baghdad. Non reperti qualsiasi: sono 200 tra tavolette e sigilli risalenti a oltre 5 mila anni fa che ci riportano alle origini della scrittura. Anzi, all’uso sistematico, codificato, narrante della scrittura.
«Prima dell’alfabeto» è una mostra sulla potenza dei codici per gestire flussi di uomini e merci. Le stenografie cuneiformi raccontano di carichi di legami e montoni, datteri e orzo per la birra, di carovanieri tra Assar e l’Anatolia. Due forse i pezzi più preziosi, sottolinea Frederick Mario Fales, uno dei più importanti assirologi che ha curato la mostra assieme all’archeologa Roswitha Del Fabbro: «una lunga lista di nomi e professioni risalente al XXI secolo a.C. e una tavoletta medica che prescrive le cure per una partoriente afflitta da coliche, databile attorno al XIII secolo a.C».
Che celebrino Gudea principe di Lagan o redattino missive tra prefetti delle provincie, un enorme catalogo di tavolette d’argilla messo a punto da un esercito di scribi ci consegna una genealogia dell’ordine sociale perfezionata fino ai giorni nostri. E tramandano cronache da uno dei fulcri del mondo. In questo senso, la mostra della Fondazione Ligabue sembra avvertire l’urgenza di riprendere il filo della narrazione su quei luoghi per recuperare un qualche senso di umanità. Lo fa, per di più, proprio quando una delle promesse della globalizzazione viene tradita in modo eclatante: il piccolo mondo globale è diventato in gran parte off limits. Vale anche per gli archeologici, fa notare Fales: «Banditi dai luoghi di scavo, siamo tornati a osservare la Mesopotamia antica dalla sola visuale delle nostre biblioteche».
C’è stato un tempo, invece, in cui gli scavi erano possibili, il fermento culturale bolliva anche sotto regimi cinici e autoritari e il mercato di antiquari era forse meno opaco. Uno dei protagonisti di quella stagione è stato il veneziano Giancarlo Ligabue: fondatore di una delle più importanti imprese nel settore della logistica e del catering, era allo stesso tempo archeologo e paleontologo. Le sue spedizioni in ogni continente hanno portato alla luce una serie di meraviglie, prendendosi cura dei luoghi in odio ai predatori anche professionisti e neocoloniali. Ha alimentato un collezionismo dolce e coltissimo, capace di sottrarre all’illegalità un intero patrimonio. Perché alla fine «questa è anche una mostra sull’archeologia del collezionismo», come la definisce Fales.
Così si sono potuti salvare i tanti sigilli, finora mai usciti dalle casse della collezione, quasi un unicum che ha ben pochi paragoni. Spesso grandi pochi centimetri servivano ad autenticare i documenti. Altri, cilindrici, imprimevano, ruotando, scene di guerra o mitologie, sfilate di prigionieri e banchetti, con minuzia di dettagli e raffinatezza stilistica.
La mostra è costruita su quel giacimento attorno alla scrittura in modo immersivo, con apparati high-tech, olografie e riproduzioni in 3D che ne amplificano la potenza simbolica. Inti Ligabue, che alla morte del padre ha preso le redini della holding e della collezione, racconta che la storia di quelle tavolette e quei sigilli «era rimasta in sospeso. Ogni volta, orientandomi prima e perdendomi poi, ho cercato di comprendere l’idea contenuta in quei messaggi. Non avevo mai compreso appieno il vero e immenso valore umano, l’incredibile potenza culturale e la modernità di quel mondo antico».

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