culture, società

Cleto Munari, il designer affabulatore

Chi è davvero Cleto Munari? Un designer: i suoi oggetti visionari e perfetti sono passati in decine di musei e sono finiti nella collezione permanente del Moma di New York. Un imprenditore: la gran parte di quelle opere lui stesso l’ha commissionata ai migliori architetti al mondo, da Carlo Scarpa a Ettore Sottsass, Alvaro Siza o Óscar Tusquets e poi fatta realizzare dai più raffinati degli artigiani della provincia veneta, argentieri e pellettieri, vetrai e orafi, ceramisti e fabbri. Un connettore, un inventore, un cacciatore di bellezza. Chiamatelo come volete, ma questo 86enne, goriziano di nascita e vicentino di adozione, è comunque uno dei volti più famosi del made in Italy.
Lui stesso sfugge alle definizioni: «ho iniziato questo mestiere in un’età in cui altri pensano quasi alla pensione». La sua idea è stata di prendere il meglio di ciò che c’era sul mercato dei talenti e dei saperi per stravolgere il gusto del lusso che negli anni ’70 era così ossidato e conservatore. Nessuna delle sue creazioni è mai diventata seriale e industriale. Di lui, si dice a Vicenza, che sia sempre stato un passo più avanti del design. E cosa sia il design per Cleto Munari è difficile dirlo.
Si può farsene tuttavia un’idea visitando Mondocleto, l’esposizione con cui la sua città lo omaggia dal 18 marzo al 10 giugno, mettendogli a disposizione i nuovi spazi di Palazzo Chiericati. Perla palladiana: un modo per riconoscere quanto sia girato il suo mondo visionario attorno all’architettura. Un incontro folgorante: nel 1973 con Carlo Scarpa. «E’ avvenuto grazie a mia moglie, che lo aveva conosciuto per caso a una cena. Cercavo disperatamente un contatto: gli volevo chiedere di disegnare una serie di posate. L’idea mi è venuta un giorno: mangiando i piselli, mi sono caduti tutti addosso. Ho pensato: qui ci vorrebbe Carlo Scarpa».
Le posate di Carlo Scarpa, uscite nel 1978, uno dei primi oggetti della Collezione Argenti Cleto Munari, hanno richiesto alla fine sei anni di progettazione e forse per questo «restano uno degli oggetti cui sono più affezionato».
Di sicuro è un affabulatore, Cleto Munari. Di oltre quarant’anni di carriera può squadernare un rosario di aneddoti. «Non ne capisci niente, ma hai un gran senso della composizione», sembra gli abbia detto Scarpa. «E quel gran senso della composizione è stata la chiave di tutto», sussurra lui.
Cleto Munari gira nel suo atelier zeppo di vasi, teche, sculture, installazioni, credenze, tappeti, libri e la vista sui tetti di Vicenza. Muove la zazzera bianca come fa con i mocassini maculati giaguaro. Istrionico e silenzioso, perfezionista e kitsch. Tiene sempre insieme quelli che apparentemente sono degli opposti. Confessa: «le fiere e i saloni del design mi annoiano. C’è molta tecnologia. Ma pochissima emozione».
Invece è ancora così stretto il rapporto con l’architettura? «Una volta non c’erano tutte le scuole di design ed erano gli architetti quelli che quasi naturalmente disegnavano anche oggetti. Ora è diventato tutto così specialistico…». Ma c’è un nesso intimo tra design e architettura? C’è una grammatica comune? Munari ci pensa un po su. Poi scuote la testa: «La verità? Credo di no. Ora davvero non credo che chi sa disegnare una forchetta possa disegnare una città. O viceversa».
Un esempio? «Abbiamo in archivio decine di disegni di Norman Forster: cose irrealizzabili, persino puerili. Un giorno Renzo Piano mi ha mandato dei bozzetti per dei gioielli destinati alla moglie. Abbiamo anche fatto dei prototipi, ma non funzionavano. Alla fine glieli ho disegnati io».
Mostra una teca con una serie di cinque stilografiche. E’ la serie dedicata ai Nobel per la letteratura. «Ricordo il mio incontro con José Saramago. Sempre così serio, vestito di grigio come un prefetto. Avevamo fatto un nuovo vino, incrociando vitigni, disegnandoli quasi. Un gusto serioso: lo abbiamo chiamato Saramago. Le prime 24 bottiglie gliele abbiamo spedite a Tenerife dove abitava. Non sapevamo come potesse reagire. Dopo due giorni mi ha scritto: non conteneva la felicità».
Entusiasmo, ecco l’altro ingrediente del mondo creativo di Cleto Munari. «Mi ha scritto Lawrence Ferlinghetti. L’anno scorso ha compiuto 96 anni». E cosa ha scritto il poeta della beat generation al patriarca del design italiano? «Dobbiamo vederci: abbiamo ancora molte cose da fare».

pagina99

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...