Kadima, da Pellestrina a Israele

marzo 25, 2017

Lea Taragan aveva otto anni il 5 novembre 1947, mentre lasciava il piccolo molo a Pellestrina sulla nave Kadima. Destinazione Palestina. Il capitano, un ventunenne di nome Zev Rotem, aveva calcolato un paio di settimane di navigazione. Sarebbero andati lenti, perché non era che un vecchio peschereccio rabberciato, nato come “Rafael Luccia”. La nave era piena oltre misura. Il capitano aveva contato 794 persone. In realtà sarebbero scesi in 795, compreso un neonato. Chi erano? Tutti ebrei, tutti clandestini. L’amministrazione coloniale inglese impediva infatti da tempo l’arrivo di immigrati ebrei in Palestina. 
Quel viaggio, Lea Taragan se lo ricorda ancora.
E’ una storia poco conosciuta quella dell’immigrazione ebraica clandestina, fatta di carrette del mare che solcavano il Mediterraneo e sbarcavano furtive, semmai riuscivano a evitare la marina inglese. Sarebbe successo così fino al 14 maggio 1948, giorno in cui Israele issò la stella di David dell’indipendenza.
Ora una piccola e preziosa mostra fotografica riprende il filo di quella storia che torna alla ribalta anche grazie ai tanti e sconcertanti rimandi con l’attualità. L’iniziativa è del Museo Ebraico di Venezia: Kadima-Avanti. Da Pellestrina alla Terra Promessa, visitabile fino al 28 maggio, avrà un prologo domenica 26 marzo (ore 10.00) al porticciolo di Pellestrina, là da dove la Kadima era partita.
Dall’isola lagunare alla fine saranno tre le navi a salpare tra il 1946 e il 1948. Oltre alla Kadima, la Gush Lezion e la Wingate. In tutto quasi 1200 ma’pilin, gli ebrei immigrati, passarono da qui. Dall’intera Europa fuggirono in 70 mila tra il 1934 e il 1948, in quella che viene chiamata Aliya Bet, cioè il ritorno, ma tutto illegale.
Per poterlo fare, si era messa in moto una macchina organizzativa guidata dalla Keren Hayesod, il braccio operativo dell’Agenzia Ebraica. Tutt’ora attivissima, è diventata Istituzione nazionale in Israele e in Italia sotto forma di Onlus. «A fine guerra decine di migliaia di profughi, soprattutto ragazzi, vagavano per l’Europa – racconta il direttore italiano, Andrea Jarach, co-promotore della mostra – Gli attivisti dell’Agenzia Ebraica cominciarono a convogliarli verso i punti di ritrovo e da qui ai porti».
Lea Taragan veniva dalla Romania. Il padre era sopravvissuto a 4 anni di lavori forzati. Accettò di partire con moglie e figlia. In Italia alla guida delle operazioni c’era Ada Sereni. Era tornata qui per cercare il marito Enzo, che nel frattempo era morto a Dachau. Ci rimase per organizzare un ritorno illegale di massa.
«Le autorità chiusero tutti e due gli occhi – ricorda lo storico Yehoshua Amishav – E la popolazione civile rispose con un grande solidarietà». Così successe a Porto Santa Margherita, centro di raccolta. A Chioggia, tra i pescatori. A Pellestrina, porto discreto da dove partire. Ma che fine fece la Kadima? Intercettata dalle motovedette inglesi fu accompagnata ad Haifa. E da qui a Cipro. I 795, compresa Lea Taragan, toccarono le spiagge di Tel Aviv solo tre mesi dopo. Era già Israele. Ed era già in guerra per sopravvivere.

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