Gli abissi irreali di Damien Hirst

aprile 7, 2017

Un colosso come quello di Rodi, sensuale e senza testa occupa l’intero patio di Palazzo Grassi, su fino al tetto di vetro, lungo tutti i tre piani d’altezza. Scultoree scene di battaglie fra fanciulle nude e legate agli scogli negli abissi contro pescecani e squali danno il benvenuto a Punta della Dogana. Guerriere dalle tante braccia affrontano creature spaventose e ricordano l’immaginario pop delle strisce di Lanciostory. Serie di piccoli oggetti e maschere e monili in oro e argento sfilano inanellati in grandi teche, come nel coloniale Museo dell’oro di Bogotà. E poi statue elleniche e piatti di cosmogonia pre-ispanica, incrostati di molluschi e formazioni coralline, scudi ossidati e ostriche giganti. Ecco Damien Hirtst: tredici anni dopo la sua ultima personale a Napoli, da oggi a Venezia è protagonista degli spazi della Fondazione Pinault (fino al 3 dicembre), per la prima volta affidati entrambi allo stesso artista dal magnate francese.
Tanto ha prodotto Hirst in questi ultimi anni di silenzio. Non opere, ma un’epopea raccontata attraverso 200 Treasures from the wreck of the Unbelievable (questo il titolo della mostra curata da Elena Geuna) ovvero i tesori dal relitto dell’Incredibile.
Primo: è un’invenzione. Perché quello cui ha dato corpo Hirst è un mondo fittizio, parallelo, fantastico. Non c’è niente di ambiguo, tutto è dichiarato, esaltato, ciclopico e irreale.
L’ex-enfant prodige della brit-generation anni ’90 diventato una star milionaria, l’artista che ha messo pescecani e mucche in formaldeide esaltandone la bellezza e ha riempito le credenze con serie ossessive di pillole, il mattatore che ha spiazzato il suo gallerista, Gagosian, vendendo direttamente le sue opere, lui Damien Hirst ora ritorna spiazzando tutti.
«Una storia impossibile da descrivere, da ricondurre a sintesi. Un sogno lungo dieci anni che ora prende vita», dice Martin Bethenod, direttore della Fondazione. Una storia: perché è questa l’opera totale che invade i grandi spazi di Punta della Dogana e corre tra le stanze lussuose di Palazzo Grassi. Un’intera invenzione storiografica, archeologica, mitologica, artistica. Non c’è da crederci, neanche alle foto subacquee dei ritrovamenti, nemmeno alle schede di storici e archeologi nel catalogo (edito Marsilio e Other Criteria).
Una narrazione esaltata e sarcastica, che inizierebbe con il naufragio della Unbelievable, un enorme vascello stracolmo di opere d’arti. Il proprietario? Un collezionista, un ex-schiavo, Amotan, che una volta libero avrebbe cominciato a raccogliere opere da ogni dove finendo per diventare ricchissimo. Ritrovato il relitto, i reperti sarebbero finiti a casa di un altro collezionista, in quell’antica dimora di mercanti, come lo era Palazzo Grassi. Una messa in scena iperbolica, che Damien Hirst manovra squadernando l’abecedario del mercato dell’arte che lui conosce a perfezione e con l’ironia del gioco di specchi col suo mecenate-ospite. Dal canto suo, Pinault stesso immagina il visitatore così spiazzato da provare «un sentimento che oscilla fra la perplessità e l’entusiasmo» e sottolineando come «le opere non rientrino in alcuna categoria accademica ed estetica convenzionale», ammette di ammirare in Hirst «la sua propensione a mettersi in pericolo».
Passeggiando tra finte teste egizie, draghi e battaglie, anfore e dee, si può avvertire il rapporto divertito e spericolato tra i due, l’artista e il collezionista e persino il sorriso degli studiosi che stanno al gioco, ribaltando scienza e invenzione. E così Simon Schama, che alla Columbia University insegna storia dell’arte, può chiedersi cosa avrebbe potuto prendersi da quell’arca finita negli abissi: «Immagino qualcosa di piccolo – ammette – Perché il gigantismo di eroi e di mostri mi stanca».

Corriere del Veneto

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