Ma Caracas non si arrende

aprile 8, 2017

Gli abitanti di Pinto Salinas volevano un posto dove tenere le assemblee di vicinato, ripararsi dalla calura, riprendere fiato e magari maledire le ore di fila per comprare la carne o le medicine. O anche solo per commentare l’ultimo operativo della polizia in cerca di droga o di armi. Pinto Salinas è un agglomerato di casermoni e strade sconnesse a nord di Caracas. Ora un angolo di questo barrio è diventata Plaza Tres Marías, progettata assieme agli architetti di Oficina Ludica e PKMN: una leggera struttura metallica verde, il pavimento in legno, un edificio colorato.
Calle Carbonell, tra i costoni di Urdaneta nel quartiere Catia. Un alveare di ranchos, case cresciute una sull’altra, cemento e tetti di lamiera, parabole satellitari e fili elettrici volanti. La comunità di Carbonell ha progettato con gli architetti di Lab.Pro.Fab un centro polifunzionale in un fazzoletto di terra. Da due anni qui svetta un bell’edificio rossastro su tre piani, sembra una molla lanciata verso l’alto: piano terra per le attività sociali, laboratori nel primo piano avvolto da pareti d’acciaio ricamato e infine un campo sportivo sotto un’enorme vetrata. Di notte si illumina come fosse il Pompidou dei ranchos.
Micro-chirurgia urbana, la chiamano. Interventi ad alto tasso di innovazione, gruppi di giovani architetti che si muovono in città con artisti, sociologi, film-maker. Utilizzano la normativa al meglio: costruiscono rapidi, lavorano con le ditte del luogo, dimezzano i costi. E progettano con gli abitanti: la maggior parte delle idee nasce nei consejos comunales e nelle comunas, cioè i consigli di quartiere, le associazioni, i comitati di zona, le assemblee di vicinato,.
In Venezuela c’è persino un Ministero delle comunas, che nei sogni di Hugo Chavez era un pezzo di socialismo da costruire in parallelo alle normali istituzioni. Nel 2015 ne erano registrate 1433, oltre 45 mila consejos, quasi 350 mila cooperative, 6600 organizzazioni comunitarie. Per le opposizioni non sono che operazioni clientelari ed elettorali. Sarà pur vero, ma rivelano anche una società civile che non è finita schiacciata nello scontro politico o inghiottita dalla crisi.
Il Venezuela sa sorprendere. Impantanato in una paralisi istituzionale senza precedenti, con un parlamento esautorato e i fantasmi della repressione, una iper-inflazione e una super-recessione, attanagliato da violenza e corruzione, tutti si chiedono perché il paese non sia ancora esploso. E capita sempre che qualcuno ti dica: «Forse nella domanda c’è la risposta». Come dire che la disastrosa epopea chavista in realtà ha seminato molto più di quello che sembra. E anche per dire che gli anticorpi ci sono, «una memoria collettiva che in qualche modo ha finora impedito che la situazione non precipitasse», si dice convinto Nelson Rodriguez, che coordina i progetti urbani a livello ministeriale. Ne hanno finanziati 13.361 solo qualche giorno fa.
Piccoli campi da basket sui tetti di Petare, una casa culturale a La Pastora, un centro comunitario incastonato tra i tuguri di Canaima-Los Frailes: come a Pinto Salinas o a Catia sono posti che molti liquidano alzando gli occhi al cielo, «pura hampa», solo delinquenti. Ma qui l’economia e la democrazia sono informali e necessarie. Contraddittorie e violente, ma vitali.
Avenida Bolivar, centro di Caracas. Da sempre ogni governo vorrebbe farne il suo fiore all’occhiello. Negli ultimi anni è diventato il quartiere dei musei, ma ci hanno pure costruito tre grandi insediamenti popolari. Un’operazione per democratizzare l’uso del suolo, secondo il chavismo. Hanno portato i malandros in centro, dicono gli altri. Qui stanno intervenendo gli architetti del collettivo PICO, uno dei più conosciuti nel paese. Marcos Coronel ci racconta l’agenda che hanno messo a punto nelle case popolari, le assemblee chiassose, il bando aperto solo ad architetti under 40 e i 160 progetti arrivati per disegnare servizi di base. Oggi i lavori nelle aree verdi dell’edificio giallo dedicato a Omar Torrijos stanno procedendo a pieno ritmo. Ne uscirà un’arena per gli incontri pubblici, un piccolo teatro all’aperto, un giardino per i bambini e un campetto sportivo. «La crisi profonda che stiamo vivendo – riflette Coronel – può essere l’occasione per osservare la resistenza del nostro tessuto sociale, nonostante tutto. E inventare processi democratici fuori dagli schemi».
Alejandro Haiek, che guida il Lab.Pro.Fab, è tornato a Carbonell: «Come architetti siamo sempre preoccupati a costruire. E mai sappiamo fare i conti con ciò che costruiamo». Così ora guida un progetto partecipato per fare gestire quell’edificio alla comunità locale. «Costruire senza edificare», lo definisce. «Abbiamo creato l’hardware, ora dobbiamo inserirci il software»: qui nascerà un mercato agricolo, orti urbani e gruppi di acquisto solidali. A proposito: sono talmente tante le esperienze di questo tipo, che è nato anche un Ministero per l’agricoltura urbana. Potere della crisi.

Io Donna | Corriere della Sera

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