culture, società

Alberta Pane, da Parigi a Venezia

Ha lasciato Venezia vent’anni fa. Da dieci ha una Galerie che porta il suo nome a due passi dal Centro Pompidou, nel centralissimo quartiere del Marais ed è ormai considerata una delle più interessanti della capitale francese. Ora Alberta Pane ha deciso di tornare e di investire nella sua città natale. Il 12 maggio aprirà infatti la seconda galleria al civico 2203/H di Calle dei Guardiani, di fronte all’Istituto Armeno, zona San Sebastiano. Lo farà con una mostra, intitolata Le Désir in cui presenta 7 dei suoi artisti e sarà visitabile fino al 29 luglio. Lo spazio è una vecchia falegnameria in disuso di 300 metri quadri. Restaurata, si appresta a diventare un nuovo punto di riferimento per l’arte contemporanea.
Quella di tornare a Venezia è una scelta in controtendenza. Anzi, un micro-controesodo: «In realtà torniamo in cinque», sorride. Con lei, i tre figli e il marito, parigino con un lavoro nelle bio-tecnologie. Un azzardo? «Niente affatto, sono entusiasta», dice sicura.
Classe 1974, una laurea allo Iuav, un pezzo di formazione in Svizzera su quotazioni, stime, trend di mercato e case d’asta, dopo un’esperienza alla direzione delle Guide Mayer, nel 2007 Alberta Pane ha pensato di aprire una galleria tutta sua, 70 mq nel cuore di Parigi. «I primi cinque anni sono stati durissimi», ricorda.
Cosa ha significato avviare questa esperienza?
«Senza un capitale di partenza è una corsa in salita. Una galleria è anche un’impresa: bisogna affrontare le spese di produzione e di gestione, conquistarsi fiducia di colleghi e collezionisti. Eravamo dei nuovi arrivati, sconosciuti. Mi sono proposta con un mio porftolio di artisti contemporanei, giovani, emergenti e strepitosi. Dopo le prime mostre di successo, è arrivata la svolta. Chiunque voglia intraprendere questo mestiere, sappia quanto è difficile».
La crisi ha colpito anche questo settore.
«Ho cominciato proprio alla vigilia della crisi… C’è un settore, penso alle grandi case d’asta, Sotheby’s e Christie’s, che non ha risentito dei contraccolpi perché è posizionato su una nicchia di mercato altissimo. Ma come in tutti gli altri settori dell’economia, anche quello intermedio dell’arte ha sofferto. C’è chi ha dovuto chiudere o reinventarsi. Il che significa puntare sulla qualità, tornare a scoprire talenti e progetti, produrre nuove idee. Per di più l’idea stessa di galleria era entrata in crisi. Ritrovarne un senso è la prima sfida».
Ma perché tornare a Venezia?
«Venezia è ormai una capitale dell’arte contemporanea. Qui c’è la Biennale più importante al mondo, e poi centri universitari di eccellenza, istituzioni culturali internazionali. Questo è un punto di transito di tanti operatori. Mi sembra una scelta inevitabile. E poi, la qualità della vita che non c’è altrove, tantomeno in una metropoli».
E’ anche una città difficile…
«Vista da fuori e poi tornandoci dopo tanto tempo, certo, sembra piuttosto sofferente, il turismo di massa la stravolge, ma questo è un problema di governance della città. Quello che può fare chi lavora nell’economia dell’arte e della cultura è iniettare una economia di qualità. Ci si prova».
Eppure si ha l’impressione che anche da questo punto di vista la città sia satura di gallerie e spazi espositivi.
«Dipende da cosa intendiamo. Penso che bisognerebbe far emergere con forza proprio un segmento di gallerie e spazi espositivi non rivolto semplicemente al mercato, ma capace di riconnettere il tessuto urbano, dialogare con la città, fare ricerca, rimanendo curiosi con i giovani e con il contemporaneo. Ce ne sono alcune di queste esperienze a Venezia, ma sono poche e isolate».
Che tipo di galleria ha in mente, dunque?
«Mi piace l’idea di una galleria vecchio stile: un luogo dove si possano seguire con calma i propri artisti, discutere e realizzare i progetti e così fare con i collezionisti, i curatori. Un luogo di incontro di idee. Il vero capitale su cui investire è il tempo. Credo ci sia bisogno di ritrovarsi, di fermarsi, di riflettere sul senso del contemporaneo. Glielo dobbiamo a Venezia».
Cosa le piacerebbe importare da Parigi, che magari qui manca?
«Penso a iniziative comuni, ad esempio coordinarsi tra gallerie e organizzare vernissage lo stesso giorno. A Parigi ci sono le domeniche dell’arte e tutte le 740 gallerie tengono aperte. Significa viversi come filiera, fare forza. La galleria d’arte non è uno spazio per i soli addetti ai lavori ma per tutti: ridisegnare la nostra identità e creare un pubblico nuovo credo sia il vero obiettivo che dovremmo porci».

Corriere Imprese

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