David LaChapelle, estasi, peccati e resurrezione

aprile 12, 2017

Un bellissimo ragazzo color indaco, le cicatrici sul petto come graffi, una corona di fiori e un’aureola di luce, gli occhi chiusi come un Cristo pacificato: David LaChapelle non si smentisce. E arriva a Venezia per fare il punto sulla sua carriera trentennale, nata dal fiuto di Andy Warhol, cresciuta a dismisura sulle riviste di moda e di pubblicità, osannata dai musei di tutto il mondo. Lost + Found, perso e ritrovato, il fotografo-artista americano, classe 1963, si mostra attorno a 100 immagini a grande dimensione nei tre piani della Casa dei Tre Oci alla Giudecca (visitabile fino al 10 settembre) sotto le cure di Reiner Opoku e Denis Curti e la produzione di Fondazione Venezia e Civita Tre Venezie.
Per l’occasione, LaChapelle ha voluto al suo fianco Pamela Anderson, icona degli iperbolici anni ’80, musa silenziosa, amica che, dice lui, «ha portato un po’ di dolce vita nella mia vita». Con lei si è portato anche una serie di 11 opere in anteprima mondiale, fatica degli ultimi quattro anni. Con New World è ritornato alle figure umane, le messinscena accurate fino ai minimi dettagli, le atmosfere abbaglianti e levigate, i colori saturi all’inverosimile. Di nuovo rispetto a un tempo c’è una più forte iniezione di spiritualità, che lo porta a «riflettere sul Paradiso – spiega – là dove tutte le religioni, come fiumi, corrono verso il mare. E quel mare è l’esistenza di Dio».
David LaChapelle è così religioso come solo i blasfemi sanno esserlo. E allora ci fa scorrere vergini e santi, battesimi ed estasi, corpi scultorei dai sessi grossi o dai seni turgidi e la magnifica ossessione a «portare bellezza e condividerla», come ci tiene a dire lui.
Non c’è alcuna trasgressione né sguardi osceni nelle sue opere. In Patriarcato possono stare sereni. La coincidenza con la Settimana Santa è irrilevante. Perché questo David LaChapelle lo fa da sempre. O almeno dal suo viaggio a Roma, nel 2006, quando scoprì la Cappella Sistina e la potenza dei corpi per raffigurare il sublime. E’ di quell’anno la serie sul Deluge, il diluvio, con cui reinterpretava alcune scene michelangiolesche in un delirio iper-pop, barocco e atterrito, set ideale per il suo catalogo di uomini e donne fermati sul precipizio della contemporaneità. Dove non ci sono i corpi, appaiono le stanze di musei invase dall’acqua (forse le immagini più potenti) che lambisce le tele antiche e riporta tutto al silenzio e all’inquietudine della scomparsa.
LaChapelle ha ogni volta l’aria di voler «celebrare un rito collettivo senza ideologie, senza colpe e senza scandali», sottolinea il co-curatore Denis Curti, perché in fondo «è poco interessato alla verità e fortemente attratto dalla vertigine». Per questo non ama le sfumature, non le attraversa né le utilizza, tutto deve restare abbacinante e cromaticamente impenetrabile.
Quando i corpi perfetti scompaiono assieme alla finzione esotica delle foreste dove sono immersi, restano le icone dello star-system, come semi infertili, che siano Michael Jackson o Naomi Campbell. Ma soprattutto resta un mondo scalcinato, come la casa dal lusso caotico e truzzo dei Karadashan, le strade attraversate da papponi, banditi e poliziotti, una discarica di computer dove precipita Icaro e le lunghe file di raffinerie e spettrali impianti industriali (la serie Landscape) o stazioni di benzina che sembrano Lunapark. Il mondo si riprende la sua forza brutale. Senza estasi né resurrezione. E saturo di peccati.

Corriere del Veneto | Corriere della Sera

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