Polesine, saudade padana

aprile 12, 2017

Le nonne dicevano che laggiù ci sono le tère nere. E oltre le terre nere, chissà. Lo dicevano quasi sottovoce, fumando le loro sigarette senza filtro, con l’aria grave di chi sta svelando un segreto terribile, un pericolo da evitare, un luogo da cui stare lontani.
Luciano Caniato, che da lì viene, una delle voci poetiche più autentiche, immaginò in una sua lirica il discorso che avrebbe potuto tenere un uomo di nome Batta Guidolin dopo la presa di Pontecchio Polesine nel 1435: «Uomini, fratelli/scodelle di melma, talpe/basta pensare nella melassa del sonno/a tiepide donne dalle mani d’anguilla./C’è qui molto più che una madre:/una terra, capite, fino all’orlo coperta/zeppa fino all’impossibile di paludi piene di bisce/e ci sono acque che asciutta/la potremo col lavoro/lucida arare/ed al sereno lisciarla/come una cavalla rimasta pregna».
Pupi Avati non poteva che ambientare qui il suo cult-movie horror «La casa dalle finestre che ridono»: nel 1976 girava tra Scardovari e il delta del Po, sperduti, silenziosi, gravidi di malefici.
Il Polesine è un incidente di terra tra due fiumi che hanno sempre tentato di unirsi. L’Adige su di un lato e il Po, grande, lento e umbratile. La Serenissima, per impedirlo, per controllare le continue rotte, cioè le alluvioni e per scongiurare che la laguna finisse sotterrata di detriti, ne scompaginò i corsi con i suoi ingegneri e i suoi manovali, costruendo un merletto di chiuse e idrovore. Il doge Marino Grimani aspettò che il papa proclamasse l’Anno Santo del 1600 per iniziare i lavori del Taglio di Porto Viro. Quattro anni dopo, alle ore 19 del 16 settembre, il procuratore Giacomo Zane poteva comunicare che il taglio era già Storia e l’acqua «dopo haver fatto un poco d’empito, in spatio di un’hora circa, si parizò con l’altra acqua dell’alveo, et continuò il suo corso».
Per Venezia questo era un granaio e un bacino di manodopera. E il Po la sua autostrada, di mercanzie, denari e sale. Terre fertili. Terre di latifondi. E poi di boje, le rivolte di chi si era fatto socialista, infaticabili mietitori e tibiatori che si spaccavano la schiena a colpire le spighe stese sull’aia per liberare i chicchi di frumento dalla pula.
Bisogna attraversarle queste terre incatramate di nebbia d’inverno e di polvere d’estate, strette da un fiume all’altro e inseguire il Po fino al suo delta, reticolo di meraviglie e di inquietudine. Bisogna ripercorrere la strada di Mario Soldati, che per la Rai del 1957 qui inventava il reportage enogastronomico con le musiche di Nino Rota.
Il Polesine è nostalgia. Vive una saudade padana che non a caso ha fatto la fortuna di un festival come «Delta Blues», che ogni anno da trent’anni vive il Po come se attraversasse New Orleans. O si fa scuola di scrittura, come a Rovigo, alla «Palomar» di Mattia Signorini.
I canneti, le valli, il fiume, le campagne piatte di languore, il dialetto aspro, il carattere inmasìo, indurito come il pane e la terra. Forse nessuno quanto Gian Antonio Cibotto lo ha narrato meglio. Giornalista, critico teatrale, scrittore quasi dimenticato. Il suo «Scano Boa» è uno di quegli affreschi: «E durante il pranzo tutti volgevano ogni tanto l’occhio sulla desolazione del panorama, che aveva il potere di spegnere le luci, riducendoli al silenzio».
Racconta Sandro Marchioro, insegnante, direttore della bella rivista culturale «Rem» (anche on-line http://www.remweb.it), edita dalla casa editrice Apogeo di Adria: «Tutti ti dicono: “non ce la faremo mai a diventare…”. E io ogni volta mi chiedo: “A diventare cosa?”». E aggiunge: «La lentezza che oggi, ovunque, è uno stile di vita, qui è vissuta come depressione. Il talento di tanti giovani artisti, una casualità. La bellezza dei suoi paesaggi, una prigione». Perché? «Perché è una frontiera».
Era frontiera per la Serenissima, prima con gli estensi e poi col papato. Era frontiera tra i nobili dalla città e quelli locali, ognuno con la sua villa, quelle che struggenti punteggiano isolate la grande pianura. E’ frontiera per la povertà che qui è stata miseria. E per il boom che qui è stato solo un’eco.
Il Polesine è un’inquietudine sommessa. Vissuta come una fatalità barocca come il Delta. Quasi un’ossessione. Proprio per «Ossessione» Luchino Visconti sceglieva Occhiobello per girare le riprese nel 1943, procedendo per ellissi, evitando l’inevitabile. E’ come dice Sandro Marchioro: «Il Polesine ha le pareti di sughero».

Corriere della Sera

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