Luccichii, diademi, opali di fuoco

L’opale di fuoco sembra pulsare. E’ stato quando l’ha avuto tra le mani che Gianmaria Buccellati nel 1976 ha avuto l’idea di farne una spilla a forma di drago piumato. Deve aver pensato che il destino di una pietra uscita dalle viscere del Messico non poteva che avere radici azteche. E allora la testa e le ali, tempestate di diamanti, si infiammano di rossore per ammaliare chi ci passa di fronte. Da oggi questo monile è il cuore della mostra che la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia ospita nella sua sala più lussuosa, la Libreria Sansoviniana. «Gianmaria Buccellati. Capolavori di arte orafa» (visitabile fino al 12 novembre, tutti i giorni dalle 10 alle 19) è un omaggio a uno dei più grandi virtuosi che il Novecento italiano abbia avuto nel confezionare opere d’oro, brillanti, diamanti. La mostra è organizzata dalla Fondazione che porta il suo nome (e che, come forse pochi sanno, ha sede proprio a Venezia), curata da Rosa Maria Buccellati e da Chiara Tonin, con l’assistenza della Swiss Luxury Culture Management.
L’epopea dei Buccellati è iniziata con un piccolo negozio-atelier, aperto nel 1919 da Mario, il primo a cimentarsi con l’arte orafa. Dieci anni dopo nasceva il figlio Gianmaria che porterà le creazioni della famiglia al collo delle regine e nelle mani dei Papi. E’ stato poco dopo la sua morte, nel 2015, che la spilla-drago con l’opale di fuoco viene trovata. «Appena creata, era stata acquisita da un privato per poi fare mille peripezie nelle capitali d’Europa – racconta Gianfranco Grimaldi, vice-presidente della Fondazione, antiquario e profondo conoscitore dell’arte orafa – Per caso, una notte insonne, mi sono accorto che Sotheby’s la stava mettendo all’asta a New York. Ho preso il primo volo e l’ho riportata a casa».
Oggi quella spilla fa parte della collezione, un tesoro che lo stesso Gianmaria Buccellati aveva messo in sicurezza come patrimonio della Fondazione, prima che la sua impresa di famiglia passasse in mani cinesi. Le strade della collezione e dell’impresa si dividevano per sempre. Le 77 opere in mostra alla Marciana raccontano la maestria di dar vita a gioielli come sculture da indossare, e così pure la saggezza di recuperare saperi antichi, lavorazioni pressoché perdute, scoprendo tecniche e segreti, ispirandosi a tesori, favole e artigiani.
Nel salone sansoviniano luccicano diademi e parure, orecchini e micro-pochette da sera, vasi, spille, coppe e bracciali. E sembrano dialogare con lo sfarzo della biblioteca e i suoi preziosi dipinti. Il potere di lavorare l’oro è sempre stato destinato a chi il potere ce l’ha e deve esibirlo, portandone peso e vanità ai lobi, ai polsi, alle dita, in testa o sul petto. D’altra parte, era stato sul finire degli anni ’60 che Buccellati in visita al Tesoro dei Granduchi di Palazzo Pitti a Firenze, ammutolito di fronte agli ori dei Medici, aveva lanciato una sfida a se stesso: «creare opere che fossero in grado di competere con quelle medicee quanto a magnificenza e tecnica», racconta Grimaldi.
Da qui la perfezione della fattura, l’equilibrio nel gioco di cromie, la maestria di rendere un collier così morbido da sembrare un pizzo di Burano. Ma sopratutto la forza ispiratrice delle pietre. Così succede con l’opale di fuoco. E così con la più preziosa delle perle, la vietnamita Melo Melo: attorno prende forma, dopo tre anni di lavoro, la spilla chiamata Gran Dama, immersa in un “vestito” di 1259 diamanti. Lo stesso succede con una giada imperiale, verdissima come un fondale tropicale: la parure sembra una ragnatela fragile e luccicante, tessuta a raggiera come ormai ci si era dimenticati di farlo. Non era mai finita in una mostra. Fin da subito l’avevano voluta a Place Vendôme, il sogno parigino di qualsiasi maestro orafo. E già allora, si dice, riusciva a stregare chiunque ci passasse di fronte.

Corriere del Veneto | Corriere della Sera

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