Le due Caracas, inconciliabili e tristi

giugno 10, 2017

Si chiamava Neomar Lander e aveva solo 17 anni. E’ arrivato senza vita alla Clínica El Ávila di Caracas mercoledì pomeriggio. Ha ricevuto un colpo mortale al petto: per l’opposizione sarebbe stato bersaglio di un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Per le autorità governative il giovane stava armeggiando un’arma artigianale che gli sarebbe esplosa.
Con lui le vittime sono salite a 67 in tutto il paese in questi lunghi 70 giorni di proteste contro il governo di Nicolas Maduro. Il Venezuela sta vivendo una crisi senza precedenti. E la battaglia politica si è accesa non solo per il muro contro muro tra opposizione e governo, ma anche per le tante voci critiche che si stanno alzando nel mondo chavista di cui è leader il presidente in carica. La crisi è diventata anche istituzionale: ieri la Procuratrice Generale, Luisa Ortega Diaz, è tornata a chiedere la fine della repressione e del clima d’odio.
Chavista della prima ora, Ortega Diaz denuncia da due mesi la illegittimità di molte decisioni governative, compresa l’elezione di una nuova Costituente lanciata dal Presidente per il 30 luglio. Un tentativo per riprendere l’iniziativa politica, ma che l’opposizione considera una frode. Il meccanismo è tale che finirebbe per dare al partito di governo una maggioranza che tutte le inchieste negano, attribuendogli tra il 25 e il 30% delle simpatie elettorali. Ancora meno del 40% ottenuto nel 2015 alle elezioni parlamentari conquistate per la prima volta dall’opposizione. Parlamento che è stato via via esautorato dalla Corte Suprema.
Sullo sfondo una crisi economica drammatica, con una inflazione fuori controllo e una scarsità di divise dovuta al crollo del prezzo del petrolio, fatale per un paese che importa quasi tutto.
Da qui le proteste. E i giorni di lutto, come è stato mercoledì. Una giornata interminabile, finita con scontri durati fino a notte inoltrata. I cortei si sono mossi per raggiungere la sede del Consiglio Nazionale Elettorale. Obiettivo impossibile: una vera e propria zona rossa circonda il grande e centrale municipio Libertador, dove sono concentrati i palazzi istituzionali e considerato uno dei cuori del chavismo al potere da 19 anni. Nessun corteo è mai riuscito a violarla. Ogni volta la Guardia Nacional erige barriere, schiera file di camionette e di agenti o si lancia con le moto in gincane tra le persone sparando una quantità inverosimile di gas, oltre a proiettili di gomma.
Come sempre, dalla marcia sbucano gruppi di incappucciati che qui chiamano Guerreros o Escuderos, per via degli scudi che portano. Sono loro che si scontrano con la polizia lanciando pietre e molotov, sparando biglie e petardi con attrezzi rudimentali, alzando barricate e dando fuoco a spazzatura e autoveicoli. C’è chi, anche tra i politici, ne decanta le gesta. C’è chi si sente protetto: durante la marcia, Nelson, 60 anni, racconta che «grazie a loro possiamo restare in strada il più possibile». Mariana, 50, rincorre un incappucciato per mettergli un rosario al collo,«che Dio ti protegga», ripete. «Sono giovani che arrivano dai barrios popolari insieme a studenti agiati, c’è chi è pagato e chi no, ci sono anche bambini di 8-10 anni che arrivano affamati dai tuguri e ci sono gli infiltrati», mi racconta un attivista.
Per le autorità non sono che terroristi. E i militari si fanno ogni giorno più violenti, arrivando a colpire anche giornalisti e passanti e a rubare oggetti personali. Il ministro della difesa, il generale Vladimir Padrino López, ha fatto appello ai suoi uomini di «non commettere più alcuna atrocità».
Dei 67 morti, la maggior parte è caduta sotto i colpi di arma da fuoco. Sparati non solo da agenti, ma anche da civili. L’indice è spesso puntato sui colectivos, i gruppi chavisti più radicali. Ma nessuno lo sa, tante sono le armi che girano per strada.
Poi c’è l’altra Caracas. Nel grande centro città e le zone popolari dove i chavisti hanno ancora molta presa, sembrano lontani i quartieri in subbuglio e i candidati raccolgono le firme nei gazebo rossi, musica a tutto volume e «sicuri di essere maggioranza», come dice orgoglioso Emilio, un veterinario quarantenne figlio di umili campesinos.
Ma i morti rimbalzano anche qui. E come sempre possono far comodo: ai leader chavisti per gridare al terrorismo e a quelli di opposizione per avere i propri martiri. Solo il dolore sembra unire questo paese, oltre alla fatica di trovare alimenti e medicine. Per il resto sono due paesi che si detestano e non sanno come parlarsi.

La Stampa

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