Juan Calzadilla, la calligrafia è una fabbrica di immagini

luglio 6, 2017

«La cosa che rende insopportabile il Venezuela agli occhi del mondo è il suo tentativo, compiuto negli ultimi vent’anni, di iniettare auto-stima agli individui. E’ il fatto di aver messo al centro una cultura umanista che prima non esisteva. Voglio dire: qui si è riconosciuta dignità a soggettività fino a quel momento invisibili». Juan Calzadilla parla del suo paese scosso da una crisi violentissima e prova ad alzare lo sguardo dalla cronaca. Un paese che definisce «sotto assedio» e nelle sue parole risuona più l’idea di un assedio antropologico. E aggiunge: «Mi addolora tantissimo».
Non è casuale allora che sia stato scelto lui, decano degli artisti contemporanei venezuelani, a rappresentare il paese latinoamericano alla Biennale d’arte in corso a Venezia. Quasi rispondendo all’urgenza di «trovare una saggezza che sembra perduta, ascoltare una voce profonda che viene da dentro il paese e che tutti possano ascoltare con rispetto», come sottolinea la curatrice, Morella Jurado, presidente dell’Istituto delle arti delle immagini e degli spazi di Caracas.
Alla voce poetica di Juan Calzadilla, una delle più illustri del Sudamerica, tocca insomma la sfida a spezzare il gioco piuttosto crudele di retoriche e contro-retoriche che sta divorando il paese. Forse non riuscirà a farsi sentire. Lo aiuta il fatto di sentirsi «un anarchico», come sussurra lui sotto i baffi folti, un po’ curvo sotto 86 anni, gli occhi brillanti, il discorrere lento. O forse lo aiuta il fatto che le sue opere sono calligrafia e immagini, scrittura e visioni tenute insieme in modo plastico.
Impressionava vederlo nei giorni di vernice a disegnare per ore e a raccontare storie a chiunque si avvicinasse, all’interno del Padiglione progettato 61 anni fa da Carlo Scarpa nei Giardini della Biennale e ora in via di restauro sotto le cure dello storico dell’architettura Javier Cerisola.
Torniamo indietro nel tempo. A quando era ventenne: che ricordo ha del panorama culturale di allora?
«Ho cominciato molto giovane come giornalista culturale. Ho cominciato con le parole, mai avrei pensato di fare arte e ora mi celebrano come artista visivo. Curioso, no? Comunque seguivo le mostre, i movimenti artistici, via via lavoravo come critico e saggista. Negli anni ’50 abbiamo vissuto un vero boom artistico e aprivano sempre nuove gallerie».
Un’epoca di fermento, dunque. E guardavate all’Europa?
«Certo, eravamo affamati di novità. Dall’Europa arrivavano nuove tendenze, linguaggi, pratiche. Presto ce ne siamo liberati [ride], abbiamo rimasticato tutto con le nostre sensibilità e a quel punto eravamo così cosmopoliti che è stata l’Europa a guardare a noi. Pensate all’arte cinetica, all’apporto che hanno dato all’arte contemporanea internazionale personalità come Jesus Soto, Carlos Cruz-Diez, Alejandro Otero. Le loro opere peraltro hanno ridato senso e bellezza allo spazio pubblico».
Lei usa la grafia come una fabbrica di immagini.
«E’ stata soprattutto la scoperta del surrealismo, la scrittura automatica come flusso visivo, come pratica non razionale e uso della dimensione incosciente. E poi c’è una tradizione calligrafica in cui i canoni di proporzioni, mezzi ed espressione fanno incontrare scrittura e arte visiva, grafia e pittura. Per me è stato un modo di incontrare una chiave della contemporaneità».
Nel Padiglione ha deciso di non presentare i suoi disegni originali, ma la loro stampa digitale. Perché?
«Perché la tecnologia oggi ci permette di riprodurre un lavoro su un’altra scala, mantenendo e persino esaltando dettagli altrimenti invisibili. A quel punto il lavoro diventa un’altra cosa, assume un’identità diversa. E questo mi permette di interrogare non solo il potere della tecnologia ma anche la natura e il rapporto tra originale, copia, spazio architettonico e dimensione pubblica. In questo caso, lo spazio è quello disegnato da Carlo Scarpa e provare a dialogare con il suo lavoro prezioso, rigoroso e complesso significava porsi in un altro luogo».
Questo spiega anche il titolo del suo progetto, “Forme che fuggono dalla cornice”
«Sì, perché sempre ho voluto sfuggire alla soggezione, è quello che più mi interessa. Non solo rompere con le due dimensioni cui ti costringe la cornice, non solo per non essere costretto a un linguaggio, ma rompere con tutto quello che pacifica, spegne e incarcera la espressione dell’essere umano».

il Manifesto

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