politica, società

Cheo Carvajal, la geografia della democrazia

«Per strada bisogna abbassare di due toni la violenza e alzarne quattro di intensità con strategie di lungo respiro, perché l’idea che dobbiamo portare avanti non è solo un cambio di governo ma un rafforzamento della cultura democratica».
Le parole di José “Cheo” Carvajal non sono passate inosservate a Caracas, dove le proteste contro il governo di Nicolas Maduro ormai si susseguono da tre mesi, con un bilancio di 90 morti, migliaia di feriti, centinaia di detenuti.
Giornalista di formazione, Carvajal ha una lunga esperienza in progetti di innovazione e rigenerazione urbana ed è considerato una delle voci più autorevoli e indipendenti del Paese. Le sue riflessioni sulle forme di protesta e sul nodo tra violenza e non-violenza si legano al senso e agli obiettivi delle marce all’interno della città. Lui stesso ha avviato un laboratorio permanente di pratiche non-violente e di riflessione sullo spazio urbano come palestra di cittadinanza, diventando un punto di riferimento nella capitale venezuelana.
Lei ha messo in guardia contro il sostegno alle forme violente di protesta e ai ragazzi incappucciati che si scontrano con la polizia, perché il modo di manifestare oggi condiziona il modo di governare domani.
«In una società tanto violenta come quella venezuelana, con tassi di omicidi tra i più alti al mondo, i morti durante una protesta possono diventare qualcosa di normale e finiscono per essere considerati un costo che è possibile pagare. Io credo che non lo dobbiamo permettere. Il punto è che tutti noi paghiamo e pagheremo quel costo. Non possiamo tacere la repressione che è diventata inaccettabile e allo stesso modo non possiamo esaltare quei ragazzi che si scontrano con la polizia. I mezzi con cui si esige e si produce un cambio di governo condizionano il modo e le cose che si faranno in seguito».
Come si è arrivati a questo punto?
«Siamo in uno strano regime democratico dove la democrazia è stata svuotata. Il chavismo l’ha sempre evocata e anche usata, ma poco coltivata. Il risultato è che nessuno riconosce l’altro. Il fatto che il chavismo non accetti di essere minoranza è persino stupido dal punto di vista politico: in qualunque Paese al mondo, con un disastro economico simile, chi è al governo molla le redini alla nuova maggioranza, sicuro che questa non sarà in grado di risolvere i problemi e dunque con la possibilità di ritornare presto al potere».
Intravede vie d’uscita?
«L’unica possibilità è quella che tutti, governo e opposizione, dicono di escludere: si chiama negoziato e transizione. E in qualunque negoziato non si possono scegliere gli interlocutori, né pensare di trattare solo con gli “amici”. Un negoziato si fa tra avversari forti e qui c’è il problema della debolezza di leadership nei due fronti, che non sono blocchi compatti. Ognuno ha all’interno punti di vista e soggetti diversi, fratture e sfumature. Qui possono giocare un ruolo i leader più giovani che sono cresciuti sotto quasi un ventennio di chavismo. A differenza dei vecchi politici, spero abbiano capito e persino assorbito la lezione, vale a dire che qualunque processo non può passare che attraverso pratiche democratiche, il coinvolgimento di tutti gli strati sociali, il lavoro nei quartieri, l’ascolto della sensibilità popolare».
Le manifestazioni di questi giorni non riescono ad attraversare Caracas e vengono disperse quasi subito: in che modo l’occupazione simbolica dello spazio urbano plasma la protesta?
«C’è un confine simbolico che le autorità non vogliono sia superato. È il Municipio Libertador, che è il cuore delle istituzioni, è vasto, centrale, popolare e divide in due settori la metropoli: l’est e l’ovest della città sono sempre stati descritti come avversari, identificati uno con l’opposizione delle classi medie e alte e l’altro con quelle popolari chaviste. In realtà si tratta di una frontiera inesistente, perché grandi inserzioni di segno opposto ci sono in entrambi i settori. E perché la crisi economica ha riscritto la geografia sociale impoverendo tutti. Lo è ancora di più ora che il chavismo è elettoralmente una minoranza, seppur importante (tutti i sondaggi lo danno attorno al 25%, ndr) che non tiene neppure in roccaforti tradizionali come i quartieri di Petare o Catia. Dunque è solo una questione di potere simbolico che non si può attraversare, una demarcazione fittizia per separare i “nostri” dai “loro”».
Un altro esempio è la tangenziale Francisco Fajardo che dagli anni Cinquanta unisce le due parti della città.
«Quell’autostrada fu attraversata per la prima volta durante le proteste contro Hugo Chavez del 2001 e poi durante il golpe del 2002. Allora i leader di opposizione pensarono di andare a piedi in autostrada per prendere “più velocemente” il potere in modo non-democratico fino al palazzo presidenziale. Nel giro di qualche ora il chavismo aveva rovesciato il golpe. Da allora l’autostrada si è trasformata in un tabù. Il fatto che ora, 15 anni dopo, sia il cuore delle nuove proteste affronta quel tabù, ma con una nuova consapevolezza democratica. E direi anche urbana».
In che senso?
«Nel senso che attraversando quell’autostrada in corteo si finisce per riappropriarsi di uno spazio urbano intasato ogni giorno di veicoli, che poi sono il simbolo del petrolio, benedizione e maledizione di questo paese. Quell’autostrada unisce, ma anche rompe in due la città. E il fiume Guaire, che la accompagna sotto e a fianco, si è ridotto in un segno marginale e inquinato: il mio sogno è che quella tangenziale diventi un giorno ciclo-pedonale, che il fiume ritorni ad essere un grande polmone verde. Quando parlo di strategie di lungo respiro per dare senso e forma alle proteste, penso a questo».

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