culture, società

Cartagena de Indias, il mistero del San José

Di fronte alle coste di Cartagena de Indias, non vi è sepolto solo uno dei tesori più ambiti di sempre. Sotto il misterioso mare caribeño, profondo e bizzoso, è riaffiorata infatti una delle vene aperte del Sud America: il Galeone San José.
E’ bastato l’annuncio del ritrovamento, da parte del governo colombiano il 5 dicembre 2015, per ricordare al mondo che il Caribe è una narrazione. E’ un’invenzione immaginifica e dolorosa, fatta di innesti, di sovrapposizioni, di radici e di rizomi, come ben ci ha spiegato il «pensiero del tremore» di Eduard Glissant che da lì veniva.
Del San José si sa davvero poco. E questo ha alimentato una vera e propria leggenda. Né il suo carico effettivo, né perché sia affondato. Non si sa neppure il punto esatto dove è colato a picco, tanto meno ora che è sotto «segreto di stato».
Del San José c’è solo un’immagine, la tela dipinta da Samuel Scott quarant’anni dopo. E c’è solo un modello che ci può dare un’idea, il più somigliante, quello del galeone Nuestra Señora de las Ánimas, custodito al Museo Naval di Madrid.
Di sicuro, attorno al San José non c’è solo un interrotto racconto popolare, ma anche un enorme interesse storico e scientifico, oltre a una disputa legale tra privati e autorità statali e tra cancellerie che lega conflitti ed eredità antichi alla contemporaneità del mondo globale. Alla fine il San José, dopo oltre tre secoli, si conferma una fonte inesauribile di narrazioni.
Allora bisogna tornare a quella sera dell’8 giugno 1708. A metà pomeriggio, con Cartagena già alla vista, un convoglio di 17 navi spagnole con alla testa il San José veniva attaccato da 4 vascelli battenti bandiera inglese e capitanati dall’almirante Charles Wagner. Dopo un’ora e mezza di combattimenti, alle 19.30 il San José, con a bordo metà del carico totale e quasi 600 uomini di equipaggio, d’improvviso si inabissava, sorprendendo per primi gli inglesi ormai vicini a 60 metri. Il resto di navi, malridotte, compresa la gemella e almiranta, il San Joaquin, riusciva nella notte del 9 giugno a mettersi in salvo nel porto fortificato di Cartagena.
Per capire il valore di quella scomparsa, è necessario fare un altro salto indietro. Nel 1700 moriva Carlo II re di Spagna. Senza eredi diretti, in un rocambolesco giro di testamenti e duramente malato, offriva il trono a un nipote, il francese Filippo di Anjou, nipote del re Luigi XIV. La corona sarebbe passata dagli Asburgo ai Borbone. Gli altri stati europei timorosi nel vedere un asse franco-iberico e desiderosi di spartirsi l’impero spagnolo, si strinsero in alleanza. La guerra di successione spagnola durò fino al 1714. Fu un conflitto combattuto soprattutto in Europa, coinvolgendo decine di eserciti e di paesi. Inevitabili i risvolti anche nei territori americani dell’impero, da dove arrivavano i carichi di oro e argento che reggevano le casse di Madrid e allo stesso tempo ne minavano l’economia, alimentando spirali di inflazione. All’epoca del San José, l’impero era debole, con istituzioni fragili e artritiche, e con nemici aggressivi e scaltri.
I rifornimenti tra vecchio e nuovo mondo erano dunque vitali. Li garantivano navi di grande stazza, capaci di trasportare i carichi di preziosi e di imposte rastrellate nel Virreinato che aveva il suo centro a Lima, e capaci di affrontare i nemici in battaglia, quasi sempre pirati al soldo di qualche monarca europeo. Il San José era uno di questi navigli. Uno degli ultimi esemplari di una generazione di galeoni del secolo XVII. Uscito, assieme al San Joaquin, dai cantieri baschi di Mapil in Guipuzcoa, tra il 1697 e il 1698, non partì subito verso Cartagena com’era previsto. La loro, oltre che sfortunata, è anche una storia di lunghe attese.
Per costruirli, la Corona avrebbe attinto direttamente dai tesori delle Indie: secondo i registri conservati nell’Archivo General de Indias di Siviglia, il contratto di costruzione prevedeva un milione di reales d’argento (46 ducati d’argento per tonnellata). Con una capacità di poco più di 1066 tonnellate, lungo da prua a poppa 71 codos, vale a dire 39,8 metri, il San José era leggermente più piccolo dell’altro, ma destinato a comandare.
La più importante studiosa delle vicende occorse al San José è Clara Rahn Philipps, una storica a lungo docente all’Università del Minnesota. E’ lei che ha ricostruito (e raccolto ne El tesoro de San José. Muerte en el mar durante la Guerra de Sucesión Española, Marcial Pons Editorial, 2010, pagg. 344), dopo lunghe ricerche tra Europa e Americhe, la cronologia dei fatti, i dettagli di costruzione, le dinamiche di debiti e di crediti tra nobiltà spagnola e la corona che finanziavano le spedizioni, i tragitti di navi e commercianti, le precarie alleanze nel Virreinato fino alle ultime ore della battaglia. E’ lei che ha ritrovato persino i nomi degli 11 sopravvissuti del San José.
Un lavoro storiografico complesso, perché nonostante il rigore ragionieristico della burocrazia spagnola, la fase di transizione dagli Asburgo ai Borbone ha lasciato discrepanze e omissis, per le innovazioni e le riforme amministrative e di registrazione introdotte anche grazie all’arrivo massiccio di funzionari francesi.
Rahn Phillips ricostruisce tutto. Dall’equipaggiamento ai viveri, dagli strumenti chirurgici fino agli attrezzi da cucina, gli alimenti per la truppa e gli ornamenti delle prue. E gli armamenti: da Santander arrivarono 100 cannoni grandi, commissionati appositamente dalla Corona per i due galeoni. Proprio i cannoni, fotografati dal piccolo Sonar della Marina militare colombiana, sono considerati una prova irrefutabile che il relitto è il San José.
Nel 1699 il galeone veniva consegnato a Cadiz. Sette anni dopo sarebbe partito per l’ultima spedizione. Già il piano di navigazione racconta tutta la complessità del sistema coloniale iberico. L’ordine della casa reale nel 1706 era di raggiungere Cartagena, recuperare le imposte del Virreinato, andare a Portobelo nell’attuale costa caraibica di Panamà e imbarcare commercianti e mercanzia. La flotta di Tierra Firme avrebbe raggiunto di nuovo Cartagena, incrociata all’Avana l’altra flotta, la Nueva España, che proveniva dalla messicana Veracruz e da lì avrebbero fatto rotta per la madre patria. La serie di eventi, sfortunati e tragici, avrebbe prima ritardato e poi sconvolto i piani.
Il San José era comandato da don José Fernandez de Santillán, Conte di Casa Alegre. Il San Joaquin invece era sotto gli ordini di don Miguel Agustin de Villanueva.
A Portobelo si attendeva la fiera da anni: era là che si riunivano commerciati in arrivo da Lima, Veracruz e Cartagena. Portavano oro e preziosi, compravano manifatture europee per rivenderle nelle città del Virreinato. Ma al tempo del San José l’economia languiva. Le spedizioni dall’Europa si erano fatte più rare e difficili nel furore della guerra e sotto le scorribande dei pirati inglesi ormai arrivati a minacciare anche le coste del Pacifico.
Raggiunta Cartagena, il San José aspettò due anni, perdendo nel frattempo una parte dell’equipaggio, mentre il Vice-Re e i commercianti scalpitavano. Tenuta finalmente la fiera e caricate le navi, da Portobelo salpò un convoglio di 16 imbarcazioni per il viaggio di ritorno, cui si unì al largo un altro mercantile. Sette navi erano armate, 5 in modo pesante: nel San José luccicavano 64 cannoni e c’erano 600 uomini; nel San Joaquin, altrettanti cannoni e 500 di equipaggio. Con loro, armate, c’erano anche il Santa Cruz con una cinquantina di bocche di fuoco e circa 300 uomini, il Nuestra Señora de Concepción, detta la Nieta e una francese, il Sancti Espiritu, ex-pirati ora di fiducia di Parigi. Partirono assieme ai mercantili, nonostante fossero già arrivati a Panama i rumors sul pattugliamento degli inglesi: il perché di questa scelta è un altro mistero del San José.
Durante la battaglia nei pressi di Boca Chica, quasi all’imbocco con Cartagena e fin dal primo attacco, quasi la gran parte del naviglio riuscì a rifugiarsi dentro al porto murato. La Nieta fortemente colpita fu fatta affondare dal suo comandante e bruciata all’ingresso della città. Anche la San Joaquin riuscì a mettersi in salvo in piena notte. Strana storia anche la sua. Quando ripartì col suo carico due anni dopo, fu intercettata nell’Atlantico: vinta e abbordata, riuscì a beffare gli inglesi, avendo suddiviso il carico nelle navi più piccole di scorta.
Agli inglesi non gli riuscì il colpo. Il tesoro di San José restò una chimera anche per loro. Ma la sfortuna di quella nave, che la inseguì fino alla fine, fu fatale nella battaglia di Barù in quell’8 giugno 1708. Si sa che i venti gli furono sfavorevoli nelle manovre, sia per raggiungere velocemente il porto sia per dispiegarsi in battaglia. Nell’incrocio di fuoco dei cannoni, che fece molti danni ai navigli, ad un certo punto il San José «esplose»: è l’unica cosa su cui concordano tutti i testimoni, inglesi e spagnoli. Rahn Phillips ipotizza che «uno o più cannoni non abbiano funzionato o siano esplosi. Può essere che allora il fuoco abbia raggiunto la santabarbara, esplodendo in varie direzioni. Si fosse esploso di lato, la carta si sarebbe aperta, affondando la barca».
Si stima che le vittime del galeone siano state almeno 575. I sopravvissuti solo 11, sembra, di cui 7 raccolti dalle inglesi Portland e Expedition. Se il mistero della scomparsa della capitana non è stato risolto, tanto meno si sa di preciso che cosa si sia portata giù nelle acque profonde della costa di Cartagena. Dalle immagini raccolte dal Sonar militare si vedono, oltre ai cannoni, impugnature di spade, casse, vettovaglie e una enorme quantità di monete.
La leggenda si è alimentata così tanto che in L’amore ai tempi del colera Gabriel García Márquez raccontava, mescolando cronaca e vox populi, di «un carico di pietre e metalli preziosi per un valore di mezzo milione di milioni di pesos dell’epoca». Cifra inverosimile. Rahn Philipps ha studiato i registri della San Joaquin, sapendo che da tradizione il grosso del carico veniva diviso tra capitana e almiranta in parti quasi uguali. Il calcolo arriva a un valore di 547.755, 2 pesos di imposte destinate a Madrid, cui si sommano alcune casse di piccole dimensioni e borse di smeraldi e pietre, oro e argento. Il totale delle due navi dunque potrebbe essere stato di quasi 1,1 milioni di pesos.
In realtà la leggenda del San José iniziò già a Portobello, prima che affondasse. Gli informatori di Wagner gli avevano stimato un bottino tra gli 8 e gli 11 milioni di pesos. E’ vero infatti che i galeoni trasportavano anche i tesori privati di nobili e mercanti e un quantitativo insospettabile di merce di contrabbando. Secondo gli appunti dei comandanti spagnoli, i privati avrebbero caricato merci tra gli «8 e i 9 milioni di pesos» nel San Joaquin. Se, come è presumibile, anche nel San José ci fosse stata una quantità simile, il galeone si sarebbe trascinato nei fondali tra i 9 e le 9,75 milioni di pesos in oro e argento, oltre a pietre preziose, metalli pregiati, perle, oro e argento. Prova, secondo la storica americana, che il tesoro fosse grande ma non come si è favoleggiato per secoli, è una lettera «del nuovo vice-re del Perù, Manuel de Oms y de Santa Pau, marchese di Castell-dos-rius, che racconta che al suo arrivo c’era ben poco denaro a Lima. Tutto era stato speso nelle riparazioni dopo il terremoto del 1687 e nelle spese del governo. Ciò che rivela quel testimone è la ragione per cui il tesoro del San José sia minore della sua leggenda».
E’ impossibile fare una stima a valute correnti. Per il presidente colombiano ha semplicemente «un valore inestimabile». Di sicuro ha attirato tanti cazatesoros. Nel 1982 fu l’impresa privata statunitense Sea Search ad annunciare di averlo trovato. Lo stato colombiano rispose con un decreto-legge che sanciva il suo diritto sul 95%: da lì iniziò una battaglia legale durata 10 anni, finita con l’accoglimento da parte della Corte Suprema di Bogotà delle richieste dei privati su metà del ritrovamento e la non retroattività della legge. Il governo avviò una indagine subacquea proprio nel sito annunciato, dichiarando che si trattava di un bluff. Mentre la ridda di voci e di annunci si susseguivano, il San José tornava ad essere un fantasma. Nel 2013 (e dopo due sentenze di tribunali Usa a favore dello Stato), il parlamento colombiano approvava una severa legge di protezione del patrimonio subacqueo.
Ora, dopo l’annuncio ufficiale, il luogo è segreto, ma se dovesse coincidere con quello della Sea Search la causa legale si riaprirebbe. Nel frattempo, anche la Spagna è intervenuta appellandosi alla Convenzione Unesco, per cui le navi militari sono zone territoriali e reclamando naviglio e tesoro. Non avendo Colombia sottoscritto il trattato, per il momento lo può considerare suo.
Ma la disputa legale tra privati e stato e tra stati, tra cui un’ex-colonia e il suo paese coloniale, riapre un dibattito enorme sulla protezione e la paternità del patrimonio archeologico, riaprendo ferite antiche e nuovissime attorno a qualcosa che in questo modo assume i contorni di un patrimonio simbolico. E’ la maledizione del San José.

Fondazione Ligabue Magazine

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