politica, società

Nella Caracas che sfida Maduro

Stazione del metro di Plaza Venezuela, pieno centro città. Verso le 8 del mattino i corridoi sono quasi deserti, un pugno di persone aspetta in silenzio. A quell’ora di solito la metro sembra un inferno. Mezz’ora prima, un barrio caotico e popolare come Petare, un tempo roccaforte chavista, sembra evacuato. Un’ora dopo, a Santa Monica, sud-ovest cittadino, nessun negozio è aperto, passano alcune macchine, gironzolano alcuni passanti. Avenida Fuerzas Armadas, centro città, che fin dall’alba rimbomba sotto il peso di busetas, auto e moto, appare spettrale.
Caracas si è svegliata sorpresa, ieri, 20 luglio, giornata di sciopero generale. Passata la coda d’acqua della tormenta tropicale Don, il sole ha fatto capolino riscaldando un’aria che sa ancora di pioggia. Col passare delle ore la città ha ripreso ad animarsi, lentamente, ma è rimasta mezza afona.
Funziona la metro, ma i bus privati si faticano a trovare. Una gran quantità di negozi è chiusa. Solo l’andirivieni negli uffici pubblici e nei ministeri è rimasto intatto. Il governo cerca in tutti i modi di dissimulare e ha anticipato a ieri la consegna delle pensioni, così che lunghe code si snodano di fronte alle banche. Al Parque Central, il grande centro residenziale un tempo fiore all’occhiello del boom petrolifero e oggi decadente e aggressivo, hanno inaugurato giusto ieri un supermercato statale che, con la penuria che attanaglia il paese, attira frotte di persone.
Nessuno può dire come saranno le prossime ore, ma chiunque da ieri è senza parole per come è iniziato. La parola d’ordine è «stare in casa o chiudere le strade». Così in molte vie fin dall’alba sono in piedi barricate, improvvisate con immondizia e rami di alberi, arredo urbano e reti. La repressione della Guardia Nazionale è come sempre feroce. Fabio, un attivista universitario, assieme ad altri giovani ha chiuso le vie d’accesso in Cumbres de Curumo, sud-est della città: «così dimostriamo che la normalità sbandierata dal governo non esiste, è un modo per farsi sentire e vedere».
C’è chi contesta le pratiche di trancazo, come le chiamano. L’attivissimo “Laboratorio di protesta non-violenta” oggi si riunisce proprio per mettere in atto «azioni alternative», come le incursioni informative nella metro e nei bus. Sono in tanti a chiedere di ripensare le strategie di strada. Francisco ha ancora gli occhi rossi dalla rabbia e dalla tristezza. Sua madre, doña Hilda, deceduta lunedì, deve aver visto molte cose nella sua vita, ma mai avrebbe pensato che il suo corteo funebre sarebbe stato bloccato da un trancazo proprio sotto casa al Cafetal. Ci sono voluti grida e spintoni per far aprire la barricata. «Partecipo alle marce e alle proteste, ma bisogna essere intelligenti – dice Francisco – E non possiamo assomigliare alle canaglie che ci governano».
Il Venezuela vive i suoi dieci giorni cruciali. Domenica scorsa è stata una grande festa popolare. Il “referendum” promosso dai partiti di opposizione contro la Costituente e contro il presidente Nicolas Maduro ha visto milioni di persone in coda a votare. Lo stesso giorno il Comitato Elettorale Nazionale ha fatto le prove generali per le elezioni della Costituente, previste il 30 luglio. Almeno così giura il governo, nonostante le proteste e l’isolamento internazionale.
In questi dieci giorni l’opposizione giocherà tutte le sue carte per impedirla. «Credo siamo arrivati alla fase terminale di un’epoca– scandisce Miguel Pizarro, giovane deputato e uno dei volti più conosciuti delle proteste di questi mesi – Nessuno può dare una data, ma tutti conosciamo i costi che stiamo pagando». E tra i costi, quasi 100 morti, migliaia di feriti e di arrestati. E un paese al collasso.
Miguel Pizarro è una di quelle figure che tolgono il sonno ai dirigenti chavisti. Il fatto è che ha solo 29 anni, vive a Petare, famiglia di dirigenti e attivisti di sinistra radicale, anni nei movimenti all’università e per strada. Lui ride, quando glielo si ricorda, ma se l’opposizione riesce a connettersi con i barrios, come ha fatto nelle ultime elezioni, per il chavismo è una disfatta. Sono quartieri che non scendono alle marce di giorno, ma di notte diventano un’orchestra di cacerolazos, le pentole sbattute dalle finestre e a volte finiscono con la polizia che fa irruzione e spara lacrimogeni dentro gli appartamenti, come ormai d’abitudine alla Candelaria. Oppure d’improvviso si fermano, come ieri a Petare o a Catia, con lo sciopero generale. «Uno sciopero civico – insiste Pizarro – significa fermare il paese, svuotare le strade. Lasciare il re nudo».

La Stampa

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