Caracas, un atelier da rivendicare

Dalla terrazza della Macolla, l’Avila è così vicina che sembra respirare. La montagna carica di vegetazione e umidità, immobile a segnare il Nord, è l’unica certezza per qualunque caraqueño. La metropoli si estende ai suoi piedi. Ma da qui, dall’alto del pendio dove è accucciato il quartiere de La Pastora, sono lontani i sussulti di marce e lacrimogeni, il traffico assordante, il vociare del centro, le prediche degli evangelici nelle piazze, gli assalti a mano armata. Non che la Pastora ne sia immune. La notte si allunga di ansia e di giorno chiunque ti avverte di non salire camminando da solo. Eppure quando si arriva su, con la brezza spinta dai boschi dell’Avila, questo antico rione coloniale, con le stradine melanconiche e gli edifici dalla bellezza sdrucita, riesce a incantare.
Non è un caso che un anno fa Julio Loaiza l’abbia scelto come posto per viverci e per farne una residenza d’arte. Artista lui stesso, ha preso in affitto la casa su tre piani, stretta e lunga, che finisce in una grande terrazza. Macolla Brote Creativo, l’ha chiamata: un cespo (e pure una gang, nel linguaggio comune) di germogli creativi. Ospita regolarmente artisti che qui si fermano una o due settimane. Un’oasi, anche se dista venti minuti dal Capitolio, il centro, la zona proibita di Piazza Bolivar, il cuore delle istituzioni. La Pastora è una parroquia popolare, dove il chavismo era forte e ora è scettico, se non apertamente ostile, e alle marce di giorno preferisce le proteste di notte. «Ma alla Macolla nessuno chiede se sei chavista oppure no – apre le braccia Julio Loaiza – E questo ci dà forza e ci rende sospetti», ride.
La Macolla ha il suo baricentro nella cucina al terzo piano. Qui si incontrano gli artisti ospiti, si pianificano le attività e le mostre, si fanno laboratori di cucina, anche se capita di cercare per tutta la città farina o zucchero che spesso sono difficili da trovare o costosissimi.
Il collasso in cui è inceppato il Paese ha riscritto tutto, pure il lavoro degli artisti. Racconta Loaiza: «Anche i materiali che eravamo abituati a usare sono diventati introvabili o inaccessibili e molti hanno reinventato stili, orizzonti, linguaggi». Lui stesso, stando alla Macolla, ha contaminato le sue pratiche, riuscendo a creare spaventevoli maschere scultoree e sedie di tessuto intrecciato, in cui scenografia, saperi artigiani e arte relazionale si confondono.
Sono sempre di più gli artisti che hanno trasformato la loro casa in atelier o in laboratorio aperto al pubblico. O si sono organizzati per prendere degli spazi privati e cambiargli di segno. Le istituzioni chaviste hanno sempre sospettato delle espressioni più visionarie del contemporaneo, che pure un tempo avevano fatto di Caracas una capitale internazionale dell’arte. E non c’hanno mai veramente investito. Hanno spinto sulle culture di strada e finanziato molti collettivi affini politicamente e così negli ultimi anni la città si è riempita di murales, quasi sempre piuttosto noiosi o banalmente ideologici.
D’altra parte la lunga e conosciuta tradizione di collezionisti milionari non è mai cessata neanche in tempi di black out economico e sociale. Resistono le gallerie private e i mercanti d’arte, ma non è paragonabile agli anni del boom petrolifero in cui sono cresciuti. Lavorano quasi solo con il mercato estero e così la ricerca di nuovi artisti si è appannata e i più giovani, talentuosi e sperimentali, non trovano più spazio. Ecco perché, nelle pieghe di un paese annichilito, luoghi autonomi e vitali hanno cominciato a fiorire per scelta e per necessità.
A due passi dal centrale boulevard di Sabana Grande, rimesso a nuovo con i fondi della petrolifera statale Pdvsa, ma già ridotto a un informe suq, Yoshi (che ha esposto tra l’altro alla Biennale di Venezia 2011) ha preso in affitto un appartamento e lo sta lentamente trasformando in uno studio coinvolgendo artisti, curatori, ricercatori. Alle pareti e al soffitto campeggiano i suoi lavori in grossa carta bianca di cotone, ossessivamente piegati con minuzia fino a trasformarli in origami scultorei. «Gli ultimi mesi sono stati davvero terribili, un senso di impotenza ci ha fermato tutti – racconta – Mi chiedevo che senso avesse continuare a fare arte in una situazione simile». Che fare? «La sola cosa possibile: reagire». Da qui l’idea del suo atelier-piattaforma, «dove investire tutto ciò che nel frattempo avevo faticosamente guadagnato». L’unica alternativa alla scelta di andarsene. 
In molti sono già fuggiti. I più conosciuti internazionalmente sono lontani da tempo, come Alejandro Apostol o Javier Téllez. E spesso non hanno neppure voglia di parlare di Venezuela. Ma per chi è rimasto la città si è rivelata il vero terreno da indagare.
Caracas ha ormai il volto della capitale avvilita ed emaciata del Caribe, ma si è anche trasformata in un palcoscenico di democrazia: le sue grandi avenidas e le imponenti tangenziali sono diventate uno spazio di cittadinanza per moltitudini di caraqueños, spazio da rivendicare all’infernale traffico quotidiano o ai lacrimogeni e alle pallottole (non solo di gomma) della Guardia Nacional Bolivariana. 
Lo spazio urbano, dunque, è il terreno simbolico su cui muoversi.
Utilizzando carta, tessuti e pastelli, Leonardo Nieves si dedica alla cuadricula, la tradizionale forma a scacchiera di lascito coloniale. «Su quello spazio si gioca tutto, la poesia e la follia, l’architettura e la democrazia», dice. Per molte notti si è messo a raccogliere le mattonelle, splendide e polverose, staccate e sbrecciate dell’Avenida Urdaneta, un tempo effervescente e ora malridotta e cenciosa: le ha impilate una sull’altra, una colonna «in tensione verso l’alto, con le impronte e lo sporco lasciato da milioni di passi». La sua mostra, poetica e coltissima, è aperta in una delle gallerie dei Galpones de los Chorros. Un tempo magazzini di una imponente impresa di caffé, i proprietari li hanno trasformati negli ultimi dieci anni in un polmone d’arte, tra i più prestigiosi della città.
Questo legame intimo degli artisti con la dimensione urbana e pubblica qui ha una lunga tradizione, visibile nelle splendide sculture d’arte cinetica di Jesús Soto o Alejandro Otero disseminate ovunque. Tra gli artisti, sono in molti nel tumulto degli ultimi mesi ad aver alimentato quella storica relazione con l’impegno civile. In forme a volte sorprendenti.
Francisco Bassim è uno di loro. Pittore da sempre influenzato da barocco e manga (anche lui a Venezia nel 2011), negli ultimi anni ha cominciato a creare collage con fotogrammi digitali, rovistando in rete e facendo fiorire immagini surreali e irriverenti contro il potere, in cui si affollano madonne e baracche, leader chavisti, sicari e poliziotti, miserabili e potenti. Un inesauribile, tormentato e caleidoscopico ritratto della città che proprio quest’anno compie 450 anni. Francisco Bassim è sconsolato e arrabbiato: «L’unico modo per cambiare le cose è affrontare quelle tare che ci portiamo dal passato e che accettiamo come parte della nostra identità. Credo che noi artisti stiamo esercitando un enorme ruolo critico in questo senso, proprio grazie al potere delle immagini». Le sue creazioni girano in rete, il suo attivismo è stato ripreso da curatori e critici internazionali e ha incantato Christopher Chaplin, ultimo figlio di Charlie e famoso musicista, che gli ha commissionato il video di lancio del suo album, Lucius Agatho.
Liquidata invece come «pazza», Erika Ordozgoitti non si lascia scoraggiare. E’ una delle artiste più conosciute per il suo carattere ribelle e iconoclasta. Ha di recente presentato El grito es un funeral, una serie di installazioni e di video in cui il suo corpo è una scena di rivolta. Lo ha fatto nell’attivissima ONG, un centro culturale nato per iniziativa del famoso fotografo Nelson Garrido. Dove? Nella sua vecchia casa, naturalmente, in zona Los Simbolos, un quartiere di immigrati italiani che hanno lasciato splendidi edifici anni ’40. Garrido ha trasformato via via le stanze in laboratori, sale espositive e di teatro, atelier di fotografia e serigrafia, diventando un punto di riferimento per molti artisti. Come Erika Ordozgoitti. Lei è anche tra i promotori di una clamorosa irruzione performativa fuori dal Teatro municipale di Caracas, in pieno centro città, con uno striscione e un polverone di polemiche. Salimos del Guaire limpios de consciencia, c’era scritto: siamo usciti dal Guaire con la coscienza pulita, in riferimento a quando, pochi giorni prima, molti manifestanti si sono lanciati nelle acque del fiume che costeggia la Autopista Fajardo nel tentativo di sfuggire alla repressione della polizia. Lei non si dà per vinta: «La vita tutto sommato non è che la costante ricerca di fare atti liberi».

Alias | il Manifesto

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