Nicaragua, si sbriciola la monarchia degli Ortega?

Spesso sono stati paragonati a Nicolae e Elena Ceausescu. Ma loro, Daniel Ortega e Rosario Murillo, marito e moglie, oltre che presidente e vice, hanno sempre fatto buon viso, sorridendoci su. Mai invece avrebbero pensato di finire accomunati a Anastasio Somoza, il dittatore che proprio loro assieme ai giovani guerriglieri sandinisti avevano rovesciato in quella che è stata la rivoluzione più hippy degli anni ’70. Continua a leggere

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Giuseppe Valsé Pantellini, la Rovigo egiziana

L’anno prossimo si celebreranno i 150 anni dall’apertura del Canale di Suez. All’epoca il Khedivè Ismail Pascià, ovvero il viceré d’Egitto, lo inaugura con festeggiamenti sontuosi. Cerca di convincere un ritroso Giuseppe Verdi a scrivergli un’opera e l’Aida andrà alla fine in scena al Teatro de Il Cairo nel 1871. Anche per il banchetto si rivolge a un italiano: Giuseppe Valsé Pantellini. E’ il proprietario di due hotel di lusso, l’Europa ad Alessandria e il Grand Hotel de Il Cairo. Si aspettano centinaia di ospiti, teste coronate, ambasciatori, uomini d’affari. Continua a leggere

Effimera, disegnata, illusiva. L’architettura immaginata

E’ il 1758. Per le esequie di papa Benedetto XIV, Vittorio Bigari immagina di costruire una maestosa macchina scenica all’interno della chiesa bolognese di San Bartolomeo. La salma del pontefice dovrebbe campeggiare sulla sommità di un basamento incastonato in una nicchia e avvolto da drappi legati all’edificio proprio come lui ha tenuto salda la Chiesa. In alto, il Velo della Veronica. Alla fine, la cerimonia non sarà fedele ai disegni dell’artista, ma quei fogli ci lasciano un esempio straordinario di progetto architettonico come invenzione degli spazi, scritti da immaginifici apparati visivi, destinati all’effimero più che al permanente. E capaci di ridare all’architettura il suo valore amplificato di coreografia dell’esistente, slegandola dall’obbligo del costruito e del persistente, per ridarle invece la potenza dell’immagine e la possibilità del precario. Continua a leggere

Jeremías Gamboa: «Il Perù? Una cupa serie di Netflix»

«Il Perù sembra una tragedia shakespeariana con i malvagi che guardano verso il pubblico e spiegano loro quello che succede». Jeremías Gamboa è uno dei migliori scrittori peruviani. E per capire cosa stia succedendo in Perù non bastano gli analisti politici. Meglio ricorrere ad altri sguardi, come il suo. Nato nel 1975 da una famiglia umile di Lima, una ricca esperienza da giornalista e poi da editor, si è fatto conoscere dieci anni fa con una raccolta di racconti (Punto de fuga) per essere poi consacrato nel 2013 con il romanzo Contarlo todo. Di lui è rimasto folgorato il decano dei narratori latinoamericani, Mario Vargas Llosa. Continua a leggere

Teresa Margolles: «Ya basta hijos de puta»

E’ originaria di Sinaloa e vive a Ciudad Juárez quando non si ferma nella capitale o in giro per il mondo. Due città del male. Teresa Margolles è una delle più conosciute artiste messicane e ha fatto della poetica del lutto il suo terreno di ricerca con ostinazione e lirismo. E’ in residenza a Berlino per tutto l’anno («Non mi abituerò mai a quel freddo e a quella lingua», dice sconsolata) e il Pac di Milano le sta per dedicare una grande personale, con la regia di Diego Sileo e un titolo esplicito e brutale, Ya basta hijos de puta (dal 28 marzo al 20 maggio). Classe 1963, capelli corvini, le parole rapide come se avesse tante cose da raccontare e poco tempo per farlo. Continua a leggere

Dancing with myself

Artisti che usano il proprio corpo non come soggetto ma come materia prima per parlare d’altro o parlare di altri. A loro non interessa il proprio autoritratto, ma rappresentare se stessi come un luogo da esplorare, un campo di battaglia, un lessico sconosciuto. Nasce così Dancing with myself, la mostra che dall’8 aprile fino al 16 dicembre abita le sale di Punta della Dogana a Venezia, grazie alla regia di Martin Bethenod e Florian Ebner. Delle oltre 140 opere in mostra, 116 escono dalla Collezione Pinault (e più di 80 per la prima volta in laguna) e le altre provenienti dal Museo Folkwang di Essen, dove una prima versione di questo spoon river nel myself si è tenuta due anni fa. Continua a leggere

Claude Cahun, la prima icona queer

Claude Cahun è quasi sconosciuta in Italia. Eppure il suo contributo alla visione queer del mondo è osannato da ricercatori e attivisti. E il modo in cui ha marcato la stagione surrealista fa incantare curatori e critici.
La sua arte è se stessa. Foto, collage, messinscena. E pamphlet visionari e impietosi. Come Les paris sont ouverts, un saggio del 1934 sulla libertà irriducibile della poesia contro chi, tra i suoi compagni surrealisti, è tentato di mettere l’arte al servizio dell’ideologia. Di quel testo esce sola ora la prima versione in Italia col titolo Le scommesse sono aperte (edito da Wunderkammer, pagg.48, euro 10, traduzione di Marcello Giulini, prefazione di Silvia Mazzucchelli). Continua a leggere