Josef Albers, il Messico dell’arte astratta

Il muro di serpenti di Tenayuca, il palazzo delle colonne di Mitla, le piramidi a gradoni di Monte Albán,la strada dei morti di Teotihuacán, le rovine di Chichén Itzá, le case in adobe nel New Mexico. Cosa lega l’antica architettura pre-ispanica al modernismo? Un nome: Josef Albers. Continua a leggere

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Teresa Margolles: «Ya basta hijos de puta»

E’ originaria di Sinaloa e vive a Ciudad Juárez quando non si ferma nella capitale o in giro per il mondo. Due città del male. Teresa Margolles è una delle più conosciute artiste messicane e ha fatto della poetica del lutto il suo terreno di ricerca con ostinazione e lirismo. E’ in residenza a Berlino per tutto l’anno («Non mi abituerò mai a quel freddo e a quella lingua», dice sconsolata) e il Pac di Milano le sta per dedicare una grande personale, con la regia di Diego Sileo e un titolo esplicito e brutale, Ya basta hijos de puta (dal 28 marzo al 20 maggio). Classe 1963, capelli corvini, le parole rapide come se avesse tante cose da raccontare e poco tempo per farlo. Continua a leggere

Dancing with myself

Artisti che usano il proprio corpo non come soggetto ma come materia prima per parlare d’altro o parlare di altri. A loro non interessa il proprio autoritratto, ma rappresentare se stessi come un luogo da esplorare, un campo di battaglia, un lessico sconosciuto. Nasce così Dancing with myself, la mostra che dall’8 aprile fino al 16 dicembre abita le sale di Punta della Dogana a Venezia, grazie alla regia di Martin Bethenod e Florian Ebner. Delle oltre 140 opere in mostra, 116 escono dalla Collezione Pinault (e più di 80 per la prima volta in laguna) e le altre provenienti dal Museo Folkwang di Essen, dove una prima versione di questo spoon river nel myself si è tenuta due anni fa. Continua a leggere

Il Mediterraneo sensuale e inquieto di Picasso

Ci sono voluti ottant’anni per far rincontrare le bagnanti di Pablo Picasso. Avevano preso vita infatti nel 1937, nello studio parigino di Rue des Grands-Augustins. Al grande pittore spagnolo erano bastati otto giorni, dal 10 al 18 febbraio, per realizzarle tutte e tre. Dalla Spagna arrivavano i miasmi della Storia e non erano che le prove generali di una tragedia colossale. E Picasso, che di lì a poco avrebbe messo su tela il suo più plateale e poetico manifesto contro il fascismo, Guernica, in quel febbraio si aggrappava all’idea voluttuosa e sorniona dei corpi nudi sulla spiaggia. Continua a leggere

Caracas, un atelier da rivendicare

Dalla terrazza della Macolla, l’Avila è così vicina che sembra respirare. La montagna carica di vegetazione e umidità, immobile a segnare il Nord, è l’unica certezza per qualunque caraqueño. La metropoli si estende ai suoi piedi. Ma da qui, dall’alto del pendio dove è accucciato il quartiere de La Pastora, sono lontani i sussulti di marce e lacrimogeni, il traffico assordante, il vociare del centro, le prediche degli evangelici nelle piazze, gli assalti a mano armata. Non che la Pastora ne sia immune. La notte si allunga di ansia e di giorno chiunque ti avverte di non salire camminando da solo. Eppure quando si arriva su, con la brezza spinta dai boschi dell’Avila, questo antico rione coloniale, con le stradine melanconiche e gli edifici dalla bellezza sdrucita, riesce a incantare. Continua a leggere

Juan Calzadilla, la calligrafia è una fabbrica di immagini

«La cosa che rende insopportabile il Venezuela agli occhi del mondo è il suo tentativo, compiuto negli ultimi vent’anni, di iniettare auto-stima agli individui. E’ il fatto di aver messo al centro una cultura umanista che prima non esisteva. Voglio dire: qui si è riconosciuta dignità a soggettività fino a quel momento invisibili». Juan Calzadilla parla del suo paese scosso da una crisi violentissima e prova ad alzare lo sguardo dalla cronaca. Un paese che definisce «sotto assedio» e nelle sue parole risuona più l’idea di un assedio antropologico. E aggiunge: «Mi addolora tantissimo». Continua a leggere

L’arte del magnate russo

Si dice che un tempo sia stato lo scenario di un omicidio: un giorno qui un dipendente avrebbe ucciso il suo datore di lavoro. Gesto di lotta di classe o follia, a Palazzo delle Zattere la storia si riverbera nella mostra con cui la V-A-C Foundation lo ha riaperto. Perché i russi guidati dal magnate del gas Leonid Mikhelson hanno portato qui l’effervescenza rivoluzionaria dei sovietici anni ’20 facendoli dialogare con artisti contemporanei. Continua a leggere