La corsa solitaria di Nicolas Maduro

Dopo tre giorni di seduta permanente, il Consiglio nazionale elettorale ha annunciato la data delle elezioni in Venezuela: si terranno il 22 aprile, fra 70 giorni. Niente di più lontano dagli almeno sei mesi consigliati dagli standard internazionali, ma tant’è. In questi tre giorni i “rettori” «hanno lavorato su differenti scenari», ha spiegato la presidente Tibisay Lucena.
Il fatto è che proprio in quei giorni tutti aspettavano i risultati del tavolo di negoziati tra governo e opposizione. E la fumata nera uscita in Dominicana, in un clima caotico di dichiarazioni, ha lasciato al Cne l’unica possibilità: rispettare la decisione dell’Assemblea Costituente che aveva chiesto da tempo di aprire le urne prima della fine di aprile. «Un’assurdità: quella elettorale è un’assoluta prerogativa del Cne», ha protestato l’unico membro dell’opposizione, Luis Emilio Rondón. Ma si sa, in Venezuela tutto è irrituale, compreso l’ordine costituzionale. Continua a leggere

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Gli Stati Uniti e la nostalgia di un golpe a Caracas

Rex Tillerson, il Segretario di Stato americano, ha rotto un tabù. Lo ha fatto parlando di Venezuela, alla vigilia del tour che lo sta portando in Messico, Argentina, Perù, Colombia e Giamaica.
Tillerson si è avventurato a dire cose che non si sentivano forse dai tempi di Henry Kissinger. «Nella storia del Venezuela e dei paesi dell’America del Sud, molte volte i militari sono agenti di cambiamento quando le cose stanno molto male e i leader non riescono più a servire il loro popoli». Sono proprio i militari che in quel caso «gestiscono una transizione pacifica». Succederà anche a Caracas? Risposta sibillina: «Se questo sarà il caso o no, non lo so». Continua a leggere

La lunga crisi tra Spagna e Venezuela

Salutando i funzionari dell’ambasciata a Caracas, giovedì 25 gennaio, Jesús Silva Fernández ha ricordato di essere il primo ambasciatore nella storia della diplomazia spagnola a subire un provvedimento di espulsione. «Non so se questo sia un onore o no, ma non è quello che avrei desiderato», ha commentato laconico. Il Presidente Nicolas Maduro gli ha dato tempo 72 ore per andarsene. La Spagna ha reagito con reciprocità, dichiarando non grata la presenza del rappresentante venezuelano a Madrid, che nel frattempo già era stato richiamato nel suo Paese per consultazioni. Continua a leggere

Cento economisti nel Venezuela alla fame

Finora sembravano casi isolati. È capitato che gente esausta, dopo ore di coda per comprare un pacchetto di farina, finisse per assaltare il negozio, come è successo a fine novembre a Nirgua nello Stato di Yaracuy, nord-ovest del Venezuela. Oppure qualche giorno prima a El Tigre, nell’Anzoátegui, quando un negozio cinese veniva preso di mira all’arrivo di un camion di riso. Persino la mattina di Natale le cronache riportavano tre tentativi di saccheggio: a Ciudad Bolivar, nel Paese profondo, gruppi di persone attaccavano una liquoreria, altri picconavano un magazzino alimentare e un terzo si rivoltava al supermercato Makro. Poi l’onda si è ingrossata. Continua a leggere

«Il mio Honduras vittima di una grande frode»

L’Honduras è in un vicolo cieco. E ribolle di collera e di paura. Ci sono voluti 20 giorni per conoscere il risultato ufficiale delle elezioni, tenute il 26 novembre scorso. Il Tribunale Supremo Elettorale ha dato come vincitore il presidente uscente Juan Orlando Hernández, da tutti chiamato JOH.
Secondo il Tribunale, considerato come sua lunga mano, JOH avrebbe distaccato di circa 50 mila voti Salvador Nasralla, un famoso presentatore televisivo ora a capo della Alianza oposidora contra la dictadura, un agglomerato di centro-sinistra che fin dal nome scelto ricorda all’avversario di aver guidato il golpe nel 2009 contro Manuel Zelaya, ne denuncia il piglio autoritario e l’intenzione di rimanere in carica costi quel che costi. Continua a leggere

In rivolta contro gli intrighi del clan Fujimori

È stato un Natale agitato a Lima. Nelle strade della capitale peruviana sono scese migliaia di persone in collera, appena saputa la decisione del presidente Pedro Pablo Kuczynski (per tutti Ppk) di concedere l’indulto «per ragioni umanitarie» all’ex autocrate Alberto Fujimori.
Fujimori ha trascorso in carcere 12 dei 25 anni di condanna inflitti per violazione dei diritti umani e sequestro di persona. Ma nonostante il ritorno alla democrazia e il suo ingresso in carcere, ha continuato a dominare la scena politica del Perù, appeso al filo del dolore delle vittime e del consenso di cui tutt’ora gode. Lo stesso indulto è l’ultimo atto di un gioco di scacchi guidato da lui e dai suoi figli, tutti protagonisti della vita pubblica. Continua a leggere