Maduro, una vittoria di Pirro?

A poche ore dalla conferma alla presidenza, Nicolas Maduro sembra più insicuro di quello che lasciano trasparire le dichiarazioni pubbliche. Ieri ha raccolto più di 6 milioni di voti e una percentuale del 67%, ma il vuoto che si trova attorno a sé e sotto i piedi sembra enorme.
Già durante la giornata di ieri il nervosismo nel suo circolo appariva palpabile. Sicuri della vittoria, più passavano le ore e più sembravano turbati i dirigenti chavisti da qualcosa che probabilmente avevano sottostimato, almeno in quelle proporzioni: l’astensione. Continua a leggere

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Tre istantanee dall’America Latina

Prima immagine: Cuba, Villa Clara, 11 marzo 2018, elezioni per il rinnovo della Asamblea Nacional del Poder Popular. Un uomo alto, brizzolato, sorridente è in coda assieme alla moglie. E’ Miguel Díaz-Canel, il vicepresidente. E’ raro vedere un uomo al vertice del regime farsi venti minuti di fila. Un mese dopo sarà il primo presidente di una Cuba senza un Castro al comando (o quasi, Raul rimane capo del partito). Il primo nato dopo il 1959.
La geografia politica dell’America Latina sta per essere riscritta in questo anno di consultazioni elettorali. L’attesa è soprattutto per quattro pilastri regionali. Continua a leggere

Il pastore che sfida Maduro

«Non mi sentirete mai pronunciare una parola di odio, di disprezzo, di umiliazione verso i miei avversari». Javier Bertucci lo ripete più volte nel corso dell’intervista. Vuole essere l’uomo che rompe «il giro della violenza» in Venezuela. L’uomo della «riconciliazione», altra parola chiave.Parla lentamente, chiaro, con tono più solenne che grave. Non alza mai la voce, vuole rassicurare. Insomma, tutte le sue doti di predicatore evangelico saranno le sue carte migliori.Il 20 maggio si vota in Venezuela per la più alta carica dello Stato. E Javier Bertucci vuole vincere. Continua a leggere

Perù, Keiko Fujishock

Non si possono gettare sui figli le colpe dei padri, si sente ripetere in Perù nelle ultime settimane. Neanche se il padre sta scontando 25 anni di carcere per orribili violazioni dei diritti umani e colossali frodi allo Stato. Il padre più famoso del Perù si chiama Alberto Fujimori. Il protagonista di un decennio buio, tra il 1990 e il 2000, dentro una lunga notte della repubblica cominciata in realtà già una decade prima. C’è chi potrebbe raccontare quella notte, ma non può più farlo. Sono i 14 mila peruviani scomparsi nel nulla. Desaparecidos nel terrore di Stato.
La figlia più famosa del Perù si chiama Keiko Fujimori. E’ la favorita alle elezioni del 10 aprile. Quarantenne, a 19 era già primera dama dopo la separazione avvelenata tra i genitori. Lei all’epoca presiedeva la Fondazione por los Niños, mentre il padre faceva sterilizzare forzatamente 314.065 donne, in nome della lotta alla povertà. I crimini di Stato, invece, erano compiuti in nome della lotta contro la guerriglia di Sendero Luminoso. Lo shock liberista contro la crisi economica. Lo scioglimento sprezzante del Congresso in nome del popolo. Continua a leggere

Venezuela, i risultati incendiano il paese

E’ tutto più complicato, adesso, in Venezuela. Dalle elezioni del 14 aprile è uscito un Paese diviso in due parti uguali che si detestano apertamente. Conteggiati anche i voti dei residenti all’estero, il risultato non è cambiato e 24 ore dopo la chiusura delle urne, Nicolás Maduro Moros, il delfino di Hugo Chávez, è stato insediato a Palazzo Miraflores.
Nessun riconteggio dei voti è stato autorizzato dal Consiglio Nazionale Elettorale (Cne). La presidente, Tibisay Lucena ha chiuso la porta, ricordando come il sistema elettorale sia tutto elettronico e che le ricevute cartacee servono solo come controprova. Di prassi si controlla subito il 54% delle schede, ma «rivedere anche il rimanente non avrebbe senso, non cambierebbe niente», le ha fatto eco anche Vicente Diaz, l’unico rappresentante al Cne vicino all’opposizione, che all’inizio aveva sostenuto la richiesta di riconteggio. Continua a leggere

Caracas, tutti vogliono l’oro nero

Sul pronostico tutti concordano. «Con un largo vantaggio nelle inchieste, ci si aspetta la vittoria di Nicolás Maduro, che probabilmente continuerà nella tradizione di Hugo Chávez». L’ha siglato per tutti James Clapper, direttore dell’intelligence di Washington, durante un’audizione al Congresso. La notizia è rimbalzata giovedì 11 aprile, nel giorno di chiusura della campagna elettorale, che ha visto Caracas invasa da una marea roja, il rosso dei militanti chavisti.
Ma l’interessamento americano non sembra disinteressato. Stiamo parlando del più inquieto dirimpettaio degli Stati Uniti e del paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo. Continua a leggere

Il Venezuela s’infiamma

In alcuni condomini di Prados del Este gira di porta in porta una lettera. E’ un quartiere residenziale di Caracas, in gran parte anti-governativo. Le missive recapitate agli inquilini invitano a fare scorte di olio in vista delle elezioni di domenica 14 aprile. Perché? Per «difendersi dalle orde chaviste» nel caso attaccassero gli edifici. Come? Facendolo bollire e lanciandolo dall’alto. Continua a leggere