Shoah, nomi e storie tra le pietre d’inciampo

Quasi non si vedono, confuse tra i masegni, non fosse per il luccichio dell’ottone che fa inciampare l’occhio. Si incontrano di fronte a una casa, a un portone, spesso sperdute in qualche calle anonima. Bisogna piegare il capo per leggere: un nome, la data della nascita e quella dell’arresto, il luogo e il giorno (quando si sa) dell’assassinio. E già solo quel gesto di inchinarci, ci fa onorare il nome della vittima. Allora capiamo di essere di fronte a un grumo di lesa umanità. Continua a leggere

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Americhe. Il mondo che non c’era

Quando Francesco Cornaro, ambasciatore della Serenissima, vide i doni arrivati dal Messico per il re di Spagna, restò sbalordito dalla loro bellezza. Ammirò un idolo con uno scettro in mano scolpito in lamina d’oro e finemente cesellato con segni e figure. E poi pietre, utensili, monili di argento, ornamenti intessuti con maestria di lana, tela, piume. Scrisse al Doge: «In vero dimostra che in quelle parti esser persone d’ingegno».
Era il 1520. Trent’anni dopo, nella disputa di Valladolid, ci si sarebbe ancora accapigliati sulla natura dei nativi americani. «Ma quello stupore di fronte a tale «ingegno» era la prova inequivocabile dell’umanità degli altri», spiega Davide Dominici, uno dei massimi esperti delle culture amerindie. Continua a leggere

Quando a Ca’ Foscari si era «probabilmente ebrei»

All’epoca l’Università Ca’ Foscari è conosciuta come IUEC, Istituto Universitario di Economia e Commercio. All’inaugurazione dell’anno accademico 1939/40 si vede l’Aula Magna, che oggi si chiama Baratto, affollata di ragazzi e ragazze, sorridenti e stretti nella divisa nera. In quella foto, tuttavia, mancano 12 studenti, che pure l’anno prima erano in aula. Il fatto è che già nel febbraio 1938 i loro nomi compaiono in una lista come «probabilmente ebrei». In base alle leggi razziali non devono stare là. Continua a leggere

Colombia, un gesuita in cerca della verità

Se c’è una parola che padre Francisco De Roux ripete più spesso è «dolore». Uno degli uomini più amati e più odiati di Colombia si trova dall’11 novembre a presiedere la neonata Commissione per la Verità, frutto degli accordi di pace sottoscritti un anno fa tra Governo e la guerriglia delle Farc.
Francisco De Roux è un gesuita di 74 anni che conosce come le sue tasche il basso e l’alto del paese, gli strati più poveri e le elite più potenti. E conosce le viscere del conflitto che ha scandito brutalmente il XX secolo del paese latinoamericano. Continua a leggere

Cartagena de Indias, il mistero del San José

Di fronte alle coste di Cartagena de Indias, non vi è sepolto solo uno dei tesori più ambiti di sempre. Sotto il misterioso mare caribeño, profondo e bizzoso, è riaffiorata infatti una delle vene aperte del Sud America: il Galeone San José.
E’ bastato l’annuncio del ritrovamento, da parte del governo colombiano il 5 dicembre 2015, per ricordare al mondo che il Caribe è una narrazione. E’ un’invenzione immaginifica e dolorosa, fatta di innesti, di sovrapposizioni, di radici e di rizomi, come ben ci ha spiegato il «pensiero del tremore» di Eduard Glissant che da lì veniva.
Del San José si sa davvero poco. E questo ha alimentato una vera e propria leggenda. Né il suo carico effettivo, né perché sia affondato. Non si sa neppure il punto esatto dove è colato a picco, tanto meno ora che è sotto «segreto di stato». Continua a leggere

Polesine, saudade padana

Le nonne dicevano che laggiù ci sono le tère nere. E oltre le terre nere, chissà. Lo dicevano quasi sottovoce, fumando le loro sigarette senza filtro, con l’aria grave di chi sta svelando un segreto terribile, un pericolo da evitare, un luogo da cui stare lontani.
Luciano Caniato, che da lì viene, una delle voci poetiche più autentiche, immaginò in una sua lirica il discorso che avrebbe potuto tenere un uomo di nome Batta Guidolin dopo la presa di Pontecchio Polesine nel 1435: «Uomini, fratelli/scodelle di melma, talpe/basta pensare nella melassa del sonno/a tiepide donne dalle mani d’anguilla./C’è qui molto più che una madre:/una terra, capite, fino all’orlo coperta/zeppa fino all’impossibile di paludi piene di bisce/e ci sono acque che asciutta/la potremo col lavoro/lucida arare/ed al sereno lisciarla/come una cavalla rimasta pregna». Continua a leggere

Kadima, da Pellestrina a Israele

Lea Taragan aveva otto anni il 5 novembre 1947, mentre lasciava il piccolo molo a Pellestrina sulla nave Kadima. Destinazione Palestina. Il capitano, un ventunenne di nome Zev Rotem, aveva calcolato un paio di settimane di navigazione. Sarebbero andati lenti, perché non era che un vecchio peschereccio rabberciato, nato come “Rafael Luccia”. La nave era piena oltre misura. Il capitano aveva contato 794 persone. In realtà sarebbero scesi in 795, compreso un neonato. Chi erano? Tutti ebrei, tutti clandestini. L’amministrazione coloniale inglese impediva infatti da tempo l’arrivo di immigrati ebrei in Palestina. 
Quel viaggio, Lea Taragan se lo ricorda ancora. Continua a leggere