Dancing with myself

Artisti che usano il proprio corpo non come soggetto ma come materia prima per parlare d’altro o parlare di altri. A loro non interessa il proprio autoritratto, ma rappresentare se stessi come un luogo da esplorare, un campo di battaglia, un lessico sconosciuto. Nasce così Dancing with myself, la mostra che dall’8 aprile fino al 16 dicembre abita le sale di Punta della Dogana a Venezia, grazie alla regia di Martin Bethenod e Florian Ebner. Delle oltre 140 opere in mostra, 116 escono dalla Collezione Pinault (e più di 80 per la prima volta in laguna) e le altre provenienti dal Museo Folkwang di Essen, dove una prima versione di questo spoon river nel myself si è tenuta due anni fa. Continua a leggere

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Claude Cahun, la prima icona queer

Claude Cahun è quasi sconosciuta in Italia. Eppure il suo contributo alla visione queer del mondo è osannato da ricercatori e attivisti. E il modo in cui ha marcato la stagione surrealista fa incantare curatori e critici.
La sua arte è se stessa. Foto, collage, messinscena. E pamphlet visionari e impietosi. Come Les paris sont ouverts, un saggio del 1934 sulla libertà irriducibile della poesia contro chi, tra i suoi compagni surrealisti, è tentato di mettere l’arte al servizio dell’ideologia. Di quel testo esce sola ora la prima versione in Italia col titolo Le scommesse sono aperte (edito da Wunderkammer, pagg.48, euro 10, traduzione di Marcello Giulini, prefazione di Silvia Mazzucchelli). Continua a leggere

David LaChapelle, estasi, peccati e resurrezione

Un bellissimo ragazzo color indaco, le cicatrici sul petto come graffi, una corona di fiori e un’aureola di luce, gli occhi chiusi come un Cristo pacificato: David LaChapelle non si smentisce. E arriva a Venezia per fare il punto sulla sua carriera trentennale, nata dal fiuto di Andy Warhol, cresciuta a dismisura sulle riviste di moda e di pubblicità, osannata dai musei di tutto il mondo. Lost + Found, perso e ritrovato, il fotografo-artista americano, classe 1963, si mostra attorno a 100 immagini a grande dimensione nei tre piani della Casa dei Tre Oci alla Giudecca (visitabile fino al 10 settembre) sotto le cure di Reiner Opoku e Denis Curti e la produzione di Fondazione Venezia e Civita Tre Venezie. Continua a leggere

Colombia. E’ finita anche la guerra alle trans?

«Ero allo specchio nella toilette di un locale e mi spazzolavo i capelli. Una signora mi osservava. Ha detto: posso farti una domanda? Ho pensato: ecco, ci siamo, mi chiede se sono trans. E lei: quanto sei alta? In quel momento ho capito: la domanda che temevo era un fantasma solo mio».
Tatiana Piñeros cammina veloce nel centro di Bogotà. E’ lei che gestisce il Dipartimento di turismo in una metropoli che fino a pochi anni fa era considerata off-limits e che ora accoglie più di 1,8 milioni di visitatori l’anno. Bogotà di recente ha cambiato sindaco. Dopo una decade di governo progressista, in municipio è tornato Enrique Peñalosa, un famoso economista urbano, politicamente fuori dagli schemi, quello che per primo ha trasformato la capitale alla fine dei ’90. Continua a leggere

Fiore, la scultrice afferra il suo doppio

Alla sua Trieste, preferisce quasi subito l’esodo Fiore de Henriquez. Forse per questo la città dov’è nata nel 1921 la lascia a lungo nell’oblio. A undici anni dalla sua morte, ora Trieste finalmente omaggia una delle più famose scultrici internazionali. Il merito va allo Spazio DoubleRoom, con una mostra che mette a fuoco non tanto la produzione scultorea di Fiore de Henriquez, quanto il peso della sua identità queer nello sguardo sul mondo e nel suo processo creativo. Continua a leggere

Lo streaptease è di destra o di sinistra? Visita al Nitty Gritty Club

Va ad abitare luoghi quasi dimenticati nel cuore di Venezia e per una notte li trasforma in un night-club. Ci infila musicisti e coriste, comprese le filippine del Coro della Fava, come è successo a luglio. E poi stripper: gente comune che ribalta le regole dello strip e ne confeziona uno a misura della propria biografia. Continua a leggere

Federico Zappino per Nitty Gritty: «La melanconia si fa spazio. Contro il neoliberismo»

«Non posso immaginare la città senza pensare alla melanconia che si fa spazio. Diventa spazio, oggetti, sedute, pareti, edifici. Quando Nitty Gritty dice che vuole abitare degli spazi interstiziali non posso non rifarmi a questo. Proprio quegli spazi che prendono una forma non prevista dal pianificatore, che increspano la destinazione d’uso premeditata, la sorprende tra due crocicchi, tra due vicoli o due palazzi. Là, in quel vuoto che si sottrae alle regole economiche, ai codici del consumo, alla messa in produzione del vivente, a cominciare dai nostri corpi – là c’è qualcosa che resiste». Continua a leggere