Maduro, una vittoria di Pirro?

A poche ore dalla conferma alla presidenza, Nicolas Maduro sembra più insicuro di quello che lasciano trasparire le dichiarazioni pubbliche. Ieri ha raccolto più di 6 milioni di voti e una percentuale del 67%, ma il vuoto che si trova attorno a sé e sotto i piedi sembra enorme.
Già durante la giornata di ieri il nervosismo nel suo circolo appariva palpabile. Sicuri della vittoria, più passavano le ore e più sembravano turbati i dirigenti chavisti da qualcosa che probabilmente avevano sottostimato, almeno in quelle proporzioni: l’astensione. Continua a leggere

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Caracas, segnali di nervosismo da Pechino

La Cina è da dieci anni l’alleato più fedele di Caracas. Ha concesso finanziamenti generosi, investito milioni di dollari e ottenuto commesse altrettanto milionarie. Ha sostenuto i governi socialisti di Hugo Chȧvez prima e di Nicolȧs Maduro poi, anche nei momenti di più alta tensione e difficoltà. La svolta risale al 2008 con la nascita del Fondo comune Chino-Venezuelano, vero motore dell’alleanza fra i due paesi. Si calcola che la Cina abbia iniettato oltre 60 miliardi di dollari durante il decennio. Continua a leggere

Venezuela, gli Usa contro il Petro

Mentre Nicolas Maduro presentava il petro, la sua criptomoneta, il 20 febbraio scorso, in prima fila sedevano Denis Druzhkov e Fyodor Bogorodsky, due consulenti russi. Lo rivela il numero di Time uscito questa settimana e sarebbe uno degli indizi sull’assistenza di Mosca all’intera operazione monetaria.
Che i russi fossero interessati al petro già era noto, visto che è garantito da appetibili riserve di petrolio, gas e oro. Così come da tempo si sussurra che anche la Russia sia impegnata a dotarsi di una propria valuta digitale. In comune i due governi hanno la necessità di bypassare le sanzioni e le valute da minare potrebbero essere una soluzione. Continua a leggere

Il pastore che sfida Maduro

«Non mi sentirete mai pronunciare una parola di odio, di disprezzo, di umiliazione verso i miei avversari». Javier Bertucci lo ripete più volte nel corso dell’intervista. Vuole essere l’uomo che rompe «il giro della violenza» in Venezuela. L’uomo della «riconciliazione», altra parola chiave.Parla lentamente, chiaro, con tono più solenne che grave. Non alza mai la voce, vuole rassicurare. Insomma, tutte le sue doti di predicatore evangelico saranno le sue carte migliori.Il 20 maggio si vota in Venezuela per la più alta carica dello Stato. E Javier Bertucci vuole vincere. Continua a leggere

La corsa solitaria di Nicolas Maduro

Dopo tre giorni di seduta permanente, il Consiglio nazionale elettorale ha annunciato la data delle elezioni in Venezuela: si terranno il 22 aprile, fra 70 giorni. Niente di più lontano dagli almeno sei mesi consigliati dagli standard internazionali, ma tant’è. In questi tre giorni i “rettori” «hanno lavorato su differenti scenari», ha spiegato la presidente Tibisay Lucena.
Il fatto è che proprio in quei giorni tutti aspettavano i risultati del tavolo di negoziati tra governo e opposizione. E la fumata nera uscita in Dominicana, in un clima caotico di dichiarazioni, ha lasciato al Cne l’unica possibilità: rispettare la decisione dell’Assemblea Costituente che aveva chiesto da tempo di aprire le urne prima della fine di aprile. «Un’assurdità: quella elettorale è un’assoluta prerogativa del Cne», ha protestato l’unico membro dell’opposizione, Luis Emilio Rondón. Ma si sa, in Venezuela tutto è irrituale, compreso l’ordine costituzionale. Continua a leggere

Gli Stati Uniti e la nostalgia di un golpe a Caracas

Rex Tillerson, il Segretario di Stato americano, ha rotto un tabù. Lo ha fatto parlando di Venezuela, alla vigilia del tour che lo sta portando in Messico, Argentina, Perù, Colombia e Giamaica.
Tillerson si è avventurato a dire cose che non si sentivano forse dai tempi di Henry Kissinger. «Nella storia del Venezuela e dei paesi dell’America del Sud, molte volte i militari sono agenti di cambiamento quando le cose stanno molto male e i leader non riescono più a servire il loro popoli». Sono proprio i militari che in quel caso «gestiscono una transizione pacifica». Succederà anche a Caracas? Risposta sibillina: «Se questo sarà il caso o no, non lo so». Continua a leggere

La lunga crisi tra Spagna e Venezuela

Salutando i funzionari dell’ambasciata a Caracas, giovedì 25 gennaio, Jesús Silva Fernández ha ricordato di essere il primo ambasciatore nella storia della diplomazia spagnola a subire un provvedimento di espulsione. «Non so se questo sia un onore o no, ma non è quello che avrei desiderato», ha commentato laconico. Il Presidente Nicolas Maduro gli ha dato tempo 72 ore per andarsene. La Spagna ha reagito con reciprocità, dichiarando non grata la presenza del rappresentante venezuelano a Madrid, che nel frattempo già era stato richiamato nel suo Paese per consultazioni. Continua a leggere